sabato 8 febbraio 2014

San Gregorio Palamàs OMELIA 2 SULLA PARABOLA DEL SIGNORE RIGUARDO AL PUBBLICANO E AL FARISEO




 San Gregorio Palamàs OMELIA 2
SULLA PARABOLA DEL SIGNORE RIGUARDO AL PUBBLICANO E AL FARISEO




Ricco di espedienti per indurre alla malvagità è lo spirito del male, forte ad abbattere, con gli strumenti della disperazione e dell'infedeltà, le fondamenta della virtù gettate nell'anima; astuto ad attaccare, con l'accidia e l'indolenza, i muri in costruzione della dimora della virtù; e ancora, a diroccare il tetto già costruito delle buone opere attraverso la superbia e la dissennatezza. Ma resistete, non abbiate paura; più ricco di espedienti è infatti colui che si impegna nel bene. La virtù ha maggior forza nello schierarsi contro il male, essa che arricchisce le potenze celesti attingendo a colui che tutto può, e che, attraverso la bontà, dà forza a tutti gli amanti della virtù; essa non è solo incrollabile di fronte alle varie e malvagie macchinazioni escogitate dall'avversario, ma anche è in grado di ridestare e risollevare coloro che sono caduti nel baratro dei mali e, attraverso la conversione e l'umiliazione, benignamente li conduce a Dio. È sufficiente come esempio la parabola': il pubblicano, proprio perché era pubblicano e viveva nell'abisso del peccato, poté unirsi a coloro che conducevano una vita virtuosa con una sola parola; fu alleggerito delle sue colpe e innalzato, si elevò al di sopra di ogni malvagità e fu annoverato nel coro dei giusti, giustificato dallo stesso giudice che non conosce corruzione. Il fariseo per le sue parole fu condannato, lui che, come fariseo, era convinto di essere qualcuno; ma non era giusto secondo verità ed era non poco superbo nelle sue parole, in cui non inferiori per numero alle sillabe erano i motivi che suscitavano l'ira di Dio. Per quale motivo l'umiltà solleva l'uomo alle altezze della giustizia, mentre la presunzione lo abbatte nell'abisso del peccato? Poiché colui che presume di essere grande, e per di più davanti a Dio, giustamente da Dio viene abbandonato; egli, infatti, crede di non aver bisogno del suo aiuto. Colui invece che crede di essere nulla, e per questo leva il suo sguardo alla misericordia che scende dall'alto, ottiene a buon diritto da Dio misericordia, aiuto e grazia. Cristo infatti dice la Scrittura resiste ai superbi, e concede la sua grazia agli umili. Questo ha dimostrato Cristo attraverso una parabola. Dice: Due uomini salirono al tempio per pregare: uno era fariseo, l'altro pubblicano. Volendo presentare chiaramente il vantaggio dell'umiltà e il danno della superbia, distingue in due parti tutti coloro che si recano, o meglio salgono al tempio di Dio. Salgono, infatti, coloro che si recano al tempio di Dio per pregare, poiché questa è la natura della preghiera: dalla terra al cielo solleva l'uomo e, superando ogni nome, altezza, dignità celeste, lo presenta, al di sopra di tutto, a Dio stesso. Quell'antico tempio si trovava in un luogo elevato, nella parte alta della città; da quell'altura, quando la morte spopolava Gerusalemme, David, avendo visto l'angelo della morte con la spada sguainata contro la città, salì ed edificò un altare al Signore, offrì su di quello un sacrificio a Dio, e la strage cessò; anche questi fatti sono figura dell'ascesa, salvifica e spirituale, che si verifica per mezzo della preghiera e della propiziazione ottenuta attraverso di essa. Tutti quegli eventi erano infatti figura della nostra salvezza e, se vuoi, anche della nostra santa chiesa; essa sta veramente in alto, luogo angelico e sovrumano, in cui, per ottenere propiziazione a tutto il mondo, distruzione della morte, abbondanza della vita immortale, si offre il sacrificio incruento e grande e veramente accetto a Dio. Per questo dunque non disse: Due uomini andarono al tempio, ma salirono al tempio.
Ci sono anche ora degli uomini che, recandosi alla santa chiesa, non solo non ascendono, ma piuttosto trascinano in basso quella chiesa che è figura del cielo: sono quelli che si recano all'assemblea con lo scopo di incontrarsi e di conversare tra di loro e quelli che mettono in vendita le loro merci. Essi si rassomigliano: gli uni infatti fanno mercato di oggetti, gli altri di chiacchiere. Sono simili a coloro che un tempo il Signore scacciò dal tempio, dicendo loro: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, e voi ne avete fatto una spelonca di briganti'. Nello stesso modo Dio respinge costoro dalla sua parola, come se non salissero in nessun modo al tempio, anche se ogni giorno vi si recano. Il fariseo e il pubblicano salirono al tempio; entrambi infatti avevano lo scopo di pregare, anche se il fariseo, dopo la salita, rovinò in basso per propria colpa, e fu travolto dal proprio atteggiamento. Identico per entrambi era lo scopo della salita. Erano infatti saliti per pregare, ma l'atteggiamento era opposto: l'uno saliva contrito e umiliato, ammaestrato dal profeta salmista che Dio non disdegna un cuore contrito e umiliato; poiché anche il profeta di se stesso dice, ammaestrato dalla propria esperienza: Sono stato umiliato, e il Signore mi ha salvato'. Ma perché parlo del profeta? Il Dio dei profeti, venuto sulla terra presso di noi e per noi, umiliò se stesso, come dice l'Apostolo; perciò Dio lo innalzò. Il fariseo salì al tempio gonfio di superbia e vanteria, come per dimostrare la propria giustizia; e questo davanti a Dio, presso il quale tutta la nostra giustizia è come panno di donna mestruata. Non aveva infatti sentito chi diceva: Impuro davanti a Dio è il superbo di cuore, e: Il Signore resiste ai superbi, e: Guai a coloro che si ritengono giusti e sapienti davanti ai loro occhi.
Ma non solo il modo di vivere e l'atteggiamento li separò era infatti diverso ma anche la forma della preghiera. Questa è infatti di due tipi: preghiera infatti è presentazione non solo di richiesta, ma anche di ringraziamento. L'uno dei due che erano ;aliti per pregare ascese al tempio per glorificare e ringraziare Dio per quanto da lui aveva ricevuto; l'altro per chiedere quei favori che non aveva ancora ottenuto, tra cui poiché tuttora in ogni momento gli uomini peccano - vi è il perdono dei peccati. Infatti le promesse che noi facciamo a Dio con spirito di fede hanno il nome di "voto", non di "preghiera". Lo dimostrò colui che disse: Fate voti a Dio nostro Signore e manteneteli; e colui che disse: È meglio non fare voti piuttosto che farli e non mantenerli. Ma questa duplice forma di preghiera presenta duplice pure lo svantaggio per coloro che non vi sono attenti: la preghiera per il perdono dei peccati e la supplica è resa efficace, dopo il distacco dal male, dalla fede e dalla compunzione, mentre è resa inefficace dalla disperazione e dalla durezza di cuore. Il ringraziamento per i doni che abbiamo ricevuto da Dio è reso accetto dall'umiltà e da un atteggiamento non superbo nei confronti di coloro che non li hanno ricevuti; inaccettabile è il vanto per questi doni, come se derivassero dalla nostra solerzia e dalla nostra intelligenza, e inaccettabile è la condanna di coloro che non li possiedono. Ammalato di entrambe le malattie, il fariseo ha in se stesso e nelle proprie parole la sua condanna; asceso infatti al tempio per ringraziare, non per chiedere, dissennatamente e sciaguratamente mescolò superbia e disprezzo al ringraziamento rivolto a Dio. Dice Gesù: Ritto in piedi, così pregava fra sé: O Dio, ti ringrazio perché io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri. La posizione eretta del fariseo mette in mostra non l'atteggiamento del servo, ma una vergognosa superbia, opposta alla posizione di colui che, per umiltà, non osava neppure sollevare gli occhi al cielo. Il fariseo esauriva in sé la sua preghiera; egli non si elevava verso Dio, anche se non poteva na­scondersi a colui che siede sopra i cherubini e che scruta anche il fondo degli abissi. Tale è la sua preghiera. Dicendo infatti: Ti rendo grazie, non aggiunse: "È un dono quello che mi hai dato, il dono della liberazione dai ceppi dei miei avversari, perché hai avuto compassione di me, come di uno che non ha forza per resistere agli assalti". È proprio di un'anima forte infatti, o fratelli, dopo essere stata catturata dai lacci del nemico ed essere caduta nelle reti del peccato, riuscire a liberarsi attraverso la conversione. Per questo la nostra vita è regolata da una provvidenza più grande di noi, e spesso, con nessuno o col minimo sforzo, per grazia di Dio siamo stati vincitori di molti e grandi mali, alleggeriti misericordiosamente dai gravami della nostra debolez­za; ed è necessario che noi siamo riconoscenti per questo dono, e che, di fronte a colui che ce l'ha fatto, ci umiliamo e non ci leviamo in superbia. Invece il fariseo dice: Ti rendo grazie, o Dio, ma non perché ho ricevuto soccorso da te, ma perché io non sono come gli altri uomini. Come se tutto fosse merito suo, e dipendesse dalla sua capacità il non essere ladro, ingiusto, adultero, ammesso che non lo fosse; non pensava a sé, quando parlava di sé e voleva essere creduto giusto, ma posava il suo sguardo su tutti gli altri più che su di sé, e tutti, dissennato, considerava un nulla, e uno solo stimava giusto e sapiente, se stesso: Io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Che stoltezza! Uno potrebbe dirgli: "E se, tranne te, tutti sono ingiusti e rapaci, chi potrebbe subire rapina ed essere offeso?. E che dire di questo pubblicano? Perché questo sovrappiù di condanna? Non è anche costui uno dei tanti, compreso nella tua generale e, per così dire, universale condanna? O forse doveva subire una duplice condanna perché era sotto il tuo sguardo, anche se da lontano? E inoltre, lui è manifestamente un pubblicano; ma tu come sapevi che era ingiusto e adultero? O puoi condannarlo impunemente, perché è ingiusto con altri? Non è così, non è così! Anzi costui, sopportando nel suo umile cuore la tua accusa superba e rivolgendo a Dio la sua supplica, mentre incolpa se stesso, a buon diritto riceverà da Dio il perdono per le ingiustizie commesse; e a buon diritto tu , sarai condannato, tu che nella tua superbia accusi quello e tutti gli uomini, ritenendo giusto soltanto te stesso quando dici: Io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri.

 
Queste parole mettono in luce la superbia del fariseo nei confronti di Dio e di tutti gli uomini, e anche la falsità della sua coscienza: egli infatti apertamente considera un nulla tutti quanti gli uomini, e, se si tiene lontano dal male, non ne attribuisce il merito alla potenza di Dio, ma alla sua. E se dice di essere grato, subito pensa che, tranne lui, tutti gli uomini sono dissoluti e ingiusti e ladri, come se Dio non si degnasse di concedere la virtù a nessuno, tranne che a lui. Ma se tutti gli altri fossero tali, i beni di questo fariseo dovrebbero essere esposti alla rapina di tutti costoro. Ma non sembra così, poiché egli aggiunge: Digiuno due volte alla settimana, pago la decima di quanto acquisto. Non di tutti i beni che possiede dice di pagare la decima, ma di quanti ne acquista, mettendo in luce così che il suo patrimonio aumenta e si ingrandisce; aveva dunque quanto possedeva, e aggiungeva senza danno quello che riusciva ad aggiungere; come dunque, fatta eccezione per lui, tutti rubavano e commettevano ingiustizie? Come si condanna da sé e contro di sé trama la malvagità! Come la menzogna è sempre mescolata alla dissennatezza! Dichiarava il pagamento delle decime come esempio della sua straordinaria giustizia: come infatti potrà essere ladro dei beni altrui colui che paga la decima sui propri? E ostentava il digiuno a dimostrazione della propria temperanza; il digiuno infatti è operatore di castità. E dunque, sia: tu sei casto e giusto, e, se vuoi, anche sapiente e intelligente e valoroso e anche altro; ma se queste virtù le possiedi per merito tuo, e non per grazia di Dio, perché menti anche nella forma della tua preghiera, e sali al tempio e dichiari a vuoto la tua gratitudine? Se invece le possiedi perché te le ha donate Dio, non le hai ricevute per fartene un vanto, ma perché tu sia causa di edificazione per gli altri, a gloria di colui che te ne ha fatto dono. Avresti dovuto rallegrartene nell'umiltà, e rendere grazie al donatore, anche a nome di quelli per il bene dei quali le avevi ricevute; non per se stessa infatti riceve luce la lampada, ma piuttosto per coloro che devono vedere. "Sabato" il fariseo chiama non il settimo giorno, ma la settimana, e per due giorni della settimana si vanta di aver digiunato, e non sa che queste virtù sono umane, ma che la superbia è demoniaca; perciò questa le rende vane e, mescolandosi ad esse, le manda in mille pezzi, anche se sono autentiche. Quanto più, se sono false!


 
Così parlava il fariseo. Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, stando in piedi, non voleva neppure alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto, dicendo: O Dio, abbi pietà di me, peccatore . Vedete quanto sono grandi l'umiltà, la fede, la condanna di sé? Vedete quanto profonda è l'angoscia della mente e dei sentimenti, e insieme la contrizione del cuore, unite alla preghiera del pubblicano? Salito infatti al tempio a pregare per il perdono ,lei suoi peccati, riportò con sé la bellezza della riconciliazione con Dio, la fede che non resta confusa, la lodevole condanna di sé, il pregio della contrizione del cuore, l'altezza dell'umiltà. E alla preghiera unì l'atteggiamento. Dice la Scrittura: Questo pubblicano fermatosi a distanza, stando in piedi; non dice ritto in piedi, come per il fariseo, ma stando in piedi, mostrando così 1'umiltà della sua posizione e insieme la costanza della preghiera e delle parole di supplica; senza dire né pensare altro, rivolgeva il suo pensiero a sé soltanto e a Dio, ripetendo più e più volte la sempre uguale preghiera; e questa, della preghiera, è la forma più utile.
Dice la Scrittura: Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, stando in piedi, non voleva neppure alzare gli occhi al cielo. Que­sta posizione indica al tempo stesso fermezza e umiltà, atteggiamento proprio non solo di uno schiavo spregevole, ma anche di un uomo sottoposto a giudizio. Rivela l'anima liberata dal peccato, ma ancora lontana da Dio, perché, a causa delle sue opere, non si sente ancora libera di parlare con lui, ma spera di avvicinarsi a Dio, perché si è staccata dal male e il suo animo è ormai ben disposto. Così dunque il pubblicano, fermatosi a distanza, stando in piedi, non voleva neppure alzare gli occhi al cielo, mostrando con l'atteggiamento e con l'aspetto il proprio rimorso e la condanna delle proprie colpe; si riteneva infatti indegno e del cielo e del tempio sulla terra. Se ne stava sulla porta, non osava elevare lo sguardo al cielo; quanto più avrebbe osato elevarlo al Dio del cielo? Ma percuotendosi il petto per la forte compunzione, mostrandosi meritevole delle percosse, gemendo nel peso del suo dolore, abbassando il capo come un condannato, si chiamava peccatore, e con fede andava in cerca della misericordia, dicendo: O Dio, abbi pietà di me, peccatore. Aveva creduto infatti a chi diceva: Ho detto, confesserò contro di me al Signore la mia ingiustizia, e tu hai perdonato l'empietà del mio cuore. E che altro aggiunse a queste parole? Chi discese giustificato, dice il Signore, l'uno o l'altro? Perché chiunque si innalza sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato. E in realtà febbre di superbia è il demonio, e proprio dal demonio nasce il male della superbia; perciò essa vince e manda in mille pezzi ogni virtù dell'uomo, insinuandosi in essa; invece l'umiltà davanti a Dio è la virtù degli angeli buoni, che vince ogni malvagità umana, soccorrendo colui che è caduto. Veicolo che porta a Dio è l'umiltà, su, verso quelle nuvole, pronte a portare fino a Dio coloro che per tutto il tempo saranno con Dio, come profetizzò l'Apostolo. Dice: Saremo rapiti tra le nubi per andare incontro al Signore nell'aria, e così saremo sempre col Signore. Come nuvola è infatti l'umiltà, che attraverso la conversione si addensa, e, facendo sgorgare dagli occhi una fonte di lacrime, trasforma in degni gli indegni, solleva e pone accanto a Dio coloro che per suo dono sono stati giustificati attraverso la bontà della loro intenzione.
Ma il pubblicano, che prima con male arti si appropriava dei beni altrui, in seguito, rinunciando ad esse, senza cercare giustificazione in se stesso, se ne andò giustificato; il fariseo invece, anche se non si era appropriato di quanto apparteneva ad altri, non se ne andò giustificato, perché cercava in se stesso la propria giustificazione. Che dire di coloro che non sanno astenersi da quanto appartiene agli altri? Quale castigo dovranno patire? Ma lasciamoli perdere, poiché anche Cristo disse che non c'è parola che li convinca. Anche noi talvolta ci umiliamo e Io forse pensiamo di ottenere il perdono che ottenne il pubblicano. Non è così: bisogna infatti considerare che il pubblicano fu ritenuto un niente dal fariseo anche dopo che ebbe abbandonato il peccato e anch'egli si ritenne un niente e condannò se steso, non solo non contraddicendo il fariseo, ma addirittura confermando le sue parole contro il suo interesse. Quando dunque anche tu, abbandonando il peccato che tieni fra le tue mani, non ti opponi a coloro che per quello ti spregiano e ti condannano, ma ti unisci ad essi nel pronunciare la tua condanna e, ritenendoti peccatore, attraverso la preghiera e la compunzione cerchi  rifugio nella sola misericordia di Dio, sappi di essere salvo, anche se sei un pubblicano. Molti infatti ammettono di essere peccatori, e forse anche noi lo diciamo: pietra di paragone del cuore è il disprezzo di sé. In questo modo anche il grande Paolo è ben lontano dalla superbia farisaica, anche se scrive a quelli che a Corinto parlavano in lingue: Ringrazio Dio, perché più di voi ho il dono delle lingue. Infatti si esprime così per umiliare coloro che si vantavano di fronte a chi non possedeva quel carisma, lui che altrove dice di essere il rifiuto di tutti.

 

Come dunque Paolo, scrivendo quelle parole, è ben lontano dalla vanagloria farisaica, così è possibile pronunciare le parole del pubblicano, e come lui esprimersi con umiltà, e tuttavia mm essere giustificati. È necessario infatti che, insieme con le parole del pubblicano, vi sia anche l'abbandono del peccato, la disposizione d'animo del pubblicano, la sua compunzione e costanza; poiché anche David insegnò che chi si sottopone al giudizio di Dio, meditando e convertendosi, deve con i fatti dimostrare che stima giusti e sopportabili la tracotanza e il disprezzo che altri usano contro di lui. Dopo il suo peccato infatti, coperto d'infamia da Simei, a coloro che erano pronti a difenderlo disse: Lasciate che mi maledica, poiché il Signore gli ha comandato di maledire David, dicendo che quello aveva permesso e comandato Dio a causa del suo peccato; eppure allora David doveva lottare contro una terribile e grande sventura, poiché poco prima Assalonne si era ribellato a lui. E con dolore insostenibile, contro il suo volere abbandonando Gerusalemme, giunto in fuga al monte degli ulivi, trovò un'aggiunta alla sua disgrazia: Simei che lo colpiva con sassi, e senza risparmio lo malediceva, e senza ritegno lo insultava, chiamandolo uomo sanguinario e uomo ingiusto, riportando sotto gli occhi del re, a sua infamia, il delitto consumato contro Bersabea e Uria. E dopo averlo maledetto non solo una volta né due e averlo colpito con pietre e con parole, più dure delle pietre, lo allontanò; andava dice la Scrittura il re e tutti i suoi uomini con lui, e Simei avanzava lungo i fianchi del monte, standogli alle costole, maledicendolo e lanciando sassi contro di lui, gettandogli addosso terra". Il re non mancava di soldati che avrebbero potuto impedirlo; il generale Abisai, non riuscendo più a sopportare, disse a David: Perché mai questo cane morto lancia maledizioni contro il signore mio re? Andrò e gli taglierò la testa. Ma il re trattenne lui e i suoi figli, dicendo loro: Lasciatelo fare, perché il Signore rivolga lo sguardo alla mia umiliazione, e mi dia il bene in cambio della maledizione di quello.
Ciò che in quel tempo avvenne e fu portato a compimento, sempre sotto il segno della giustizia, è illustrato anche attraverso la parabola del fariseo e del pubblicano. Infatti colui che si ritiene meritevole di una condanna all'eterna pena come non dovrebbe sopportare da forte non solo il disprezzo, ma anche la pena e la malattia, e, per così dire, ogni insuccesso e sventura? Colui che dimostra tale capacità di sopportazione, ritenendosi debole e reo, attraverso una pena più leggera e opportuna e destinata a finire è liberato da quella pena, grave e insopportabile; e talvolta la bontà divina prende inizio, come se così ci fosse dovuta dalla nostra capacità di sopportare i mali che ora gravano su di noi. Per questo uno di coloro che sono sottoposti da Dio Alla sua correzione disse: Sopporterò la correzione del Signore, poiché ho peccato contro di lui . Sia concesso anche a noi, sottoposti alla correzione di Dio con la sua misericordia, non con la sua ira e il suo furore, di non essere abbattuti da essa, ma sollevati, secondo il salmista, per la grazia e la bontà del nostro Signore Gesù Cristo. A lui si addice ogni gloria, onore e adorazione insieme al Padre senza principio, e allo Spirito, santissimo, buono e datore di vita. Amen.


 

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