venerdì 20 aprile 2018

Atti[1] dello ieromartire Gennaro[2], vescovo di Benevento negli Atti Vaticani



Atti[1] dello ieromartire Gennaro[2],

vescovo di Benevento



festa 19 settembre*
 
http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/vitesanti/gennaro.htm


Al tempo di Diocleziano, imperatore, nel quinto consolato di Constantino[3] e settimo[4] di Massimiano, vi fu una grande persecuzione contro i Cristiani. In quel tempo Diocleziano nominò Timoteo[5], un pagano, governatore nella provincia della Campania e gli ordinò di far compiere a tutti sacrifici agli idoli e costringere anche i credenti in Cristo a fare lo stesso. Accadde che mentre stava facendo il giro consueto delle città, giunse a Nola. Là ordinò ai funzionari di presentarsi di fronte a lui e quando essi si presentarono cominciò a chiedere loro riguardo i giudizi dei suoi predecessori.

I funzionari gli riferirono i loro atti[6] e, quando giunsero ai fatti riguardanti il benedetto martire Sossio, diacono della Chiesa di Miseno e Proculo diacono della Chiesa di Pozzuoli, ed Eutichete ed Acuzio, e di come questi erano stati tormentati da varie torture ed erano stati messi in prigione per ordine del giudice, lui chiese agli ufficiali quello che era stato fatto con loro. Essi risposero dicendo che questi furono detenuti per molto tempo in catene e inoltre si abbandonarono a diabolici commenti riguardo al benedetto Gennaro, vescovo di Benevento.

Questo Timoteo, ancor più ingiusto, avendo sentito questi commenti riguardo a Gennaro, ordinò che venisse portato di fronte a lui; e quando fu presentato di fronte al suo tribunale a Nola, Timoteo il giudice gli disse: “Gennaro, ho sentito della reputazione della tua famiglia e ti esorto a sacrificare agli dei in obbedienza alle delibere degli invincibili regnanti. Ma se non sei disposto a farlo io ti sottoporrò a tormenti tanto orribili che il Dio che adori quando li vedrà lui stesso li temerà”.

San Gennaro tuttavia rispose: “Taci, o uomo infelice, e non insultare alla mia presenza Colui che ha creato cielo e terra, perché il Signore Dio non può sentire una tale bestemmia come quella che è uscita dalla tua bocca e può distruggerti e sarai muto e sordo, non sentendo e come un uomo cieco che non vede”.

 Avendo sentito queste cose il tiranno Timoteo dice al santo: “È nel tuo potere che con alcuni incantesimi qualunque tu o il tuo Dio possiate prevalere contro di me?”.

San Gennaro gli rispose: “Il mio potere non è nulla ma lì in cielo c’è un Dio che può resistere a te e a tutto ciò che ti obbedisce e ti appoggia”. E detto questo il tiranno ordinò che venisse di nuovo portato alla prigione.

Molto adirato ordinò che un forno venisse scaldato per tre giorni e che il santo vi venisse gettato. L’uomo santo tracciò il segno della croce sulla sua fronte, guardò su il cielo ed estese le sue mani, entrò nel forno ardente lodando Dio, dicendo: “O Signore Gesù Cristo, per il tuo nome santo io abbraccio volentieri questa sofferenza ed io attendo secondo la promessa che hai fatto a quelli che ti amano. Ascolta la mia preghiera e liberami da questa fiamma, tu che eri coi tre bambini, Anania, Azaria e Misaele nel forno ardente[7] e sei con me in questa mia prova per liberarmi dalle mani del nemico”. Dicendo queste cose, Gennaro benedetto cominciò a camminare con angeli santi in mezzo al fuoco lodando il Padre e il Figlio e il Santo Spirito.

Quando i soldati che erano vicini al forno sentirono san Gennaro al suo interno che lodava Dio, tremarono di grande paura e corsero con molta alacrità e dissero al giudice, “Noi t’imploriamo, signore non essere adirato con noi, ma abbiamo sentito la voce di Gennaro nel forno che invoca il suo Dio, e terrorizzati grandemente siamo fuggiti”. Timoteo sentito questo ordinò che il forno venisse aperto e quando venne aperto le fiamme rigettate fuori divorarono i pagani increduli che si trovavano vicino a lui. Ma san Gennaro apparve lì in mezzo che glorifica il Signore Gesù Cristo così che il fuoco non poteva lambire i suoi vestiti o i suoi capelli.

Timoteo tuttavia quando ebbe sentito questo gli ordinò di fronte a lui e gli disse: “Di che profitto ti è la magia che eserciti e se è potente? Io ti farò perire con molti tormenti”. Gennaro benedetto rispose: “Non sarà bene per te, tiranno crudele, allontanare il servo di Cristo dalla verità del suo Signore o obbligarmi a obbedire attraverso la paura. Io spererò nel Signore. Io non temerò nessuna cosa che uomini possono farmi[8]”, e avendo risposto così il giudice ordinò che fosse ricondotto in prigione.

Un altro giorno di mattina presto Timoteo convocò Gennaro di fronte a lui: “Per quanto tempo, infelice uomo, rifiuterai di sacrificare agli dei immortali? Ora avvicinati ed offri incenso. Se non lo farai ordinerò che tu sia decapitato e se lui può, lascia che il tuo Dio ti liberi dalle mie mani”. Il santo rispose: “Tu non sai che il potere di Dio è grande. Che se ti pentissi sarebbe così probabile che il mio Dio ti perdonerebbe, tu che dici di Lui non essere capace di liberarmi dalle tue mani! Quando parli così tu accumuli collera su te stesso per il giorno dell’ira”.

Al giudice non piacque questo discorso e ordinò che le sue catene venissero rimosse. Gennaro pregò Dio dicendo: “O Signore Gesù Cristo, che dall’utero di mia madre non mi hai abbandonato[9], ora ascolta il tuo servo che piange verso di te e comandagli di partire da questo mondo ed ottenere la tua misericordia”. Il giudice lo consegnò di nuovo in prigione per pensare a come lo avrebbe ucciso.

Mentre era sorvegliato dai soldati nella dura prigionia, due del suo clero, il diacono Festo ed il lettore Desiderio, venuti a conoscenza della incarcerazione del loro vescovo ed essendo guidati dal Santo Spirito, immediatamente uscirono da Benevento e giunsero a Nola, e lì piangendo gridarono: “Perché un siffatto uomo è in prigione? Che crimini mai commise? Quando mai non riuscì ad aiutare chi era in difficoltà? Quale uomo ammalato non lo ha visitato senza riguadagnarne salute? Chi avvicinatosi a lui piangendo non se ne andò via allietandosi?”.

Le loro parole furono riferite a Timoteo che subito ordinò che venissero imprigionati ed insieme a Gennaro chiese allora che fossero portati di fronte a lui, quindi chiese a Gennaro chi fossero i due ed il santo rispose: “Uno è il mio diacono e l’altro è il mio lettore”. “Si proclamano Cristiani?”. “Certamente, e se lo chiederai loro, io spero nel mio Signore Gesù Cristo che loro non negheranno di essere Cristiani”, e interrogati, loro risposero: “Noi siamo Cristiani e siamo preparati a morire per l’amore di Dio”.

Allora Timoteo pieno di rabbia ordinò che Gennaro il vescovo, insieme a Festo il diacono e Desiderio il lettore, venissero legati in catene e fossero trascinati di fronte al suo carro fino alla città di Pozzuoli, disponendo che là insieme a Sossio, Proculo, Eutiche ed Acuzio tutti loro fossero infine gettati alle belve feroci. Quando giunsero a Pozzuoli, furono tenuti in prigione finché l’arena non fosse stata preparata. Nel giorno fissato furono condotti nell’anfiteatro e Timoteo giuntovi ordinò che le bestie fossero lasciate libere; e quando questo fu fatto, san Gennaro gridò: “Fratelli, afferrate lo scudo della fede[10] e ci permetterà di pregare il Signore nostro ausiliatore, nel nome del Dio che ha fatto cielo e terra”. E la misericordia di Dio era così presente che gettò le bestie selvatiche ai piedi di Gennaro come pecore a testa bassa.

Il giudice incredulo fece portar via le bestie e tolti i santi di Dio dall’arena li portò di fronte al suo tribunale, dove sedendo in stato (al suo ufficio) dettò la loro sentenza[11]: “Noi ordiniamo che vengano decapitati, il vescovo Gennaro, ed i diaconi Sossio, Proculo e Festo, il lettore Desiderio, Eutiche ed Acuzio, cittadini di Pozzuoli che si sono professati Cristiani e hanno disprezzato i sacrifici degli dei ed i comandi dell’imperatore”. Ma il benedetto Gennaro guarda al cielo disse: “Signore Gesù Cristo, che sei disceso dall’alto per la redenzione del genere umano, prendimi e liberami dalla mano di questo nemico ed io t’imploro, mio Dio, castiga Timoteo per le cose che ha fatto contro di me tuo servitore, e acceca i suoi occhi così che lui non possa vedere la luce del cielo”.

Quando ebbe finito la sua preghiera l’oscurità cadde sugli occhi [di Timoteo] ed improvvisamente divenne cieco. Gennaro poi pregò Dio, e disse: “Io ti rendo grazie, Padre del nostro Signore Gesù Cristo che hai ascoltato il tuo servo e hai offuscato gli occhi dell’empio Timoteo, perché molte anime per sua colpa sono state pervertite agli spiriti cattivi”.

Allora Timoteo stava soffrendo coi suoi occhi colpiti ed il dolore stava aumentando. Pentito cominciò a gridare e dire agli ufficiali: “Andate, portatemi Gennaro”. E giunti lo trovarono gettato dai carnefici sulla pendenza che conduce alla Solfatara e ritornati lo presentarono di fronte al giudice ed una grande moltitudine di persone fu attirata dalla vista. Ma Timoteo cominciò con grandi gemiti a gridare e dire al benedetto Gennaro: “Gennaro, servo del Dio altissimo, prega il Signore, tuo Dio, per me cieco che io possa recuperare la vista perduta”.

Allora Gennaro elevati i suoi occhi al cielo pregò: “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe ascolta la mia preghiera e guarisci a Timoteo sebbene indegno i suoi occhi, che tutta la gente presente possa sapere che tu sei Dio e non ce ne sono altri; che noi non possiamo rendere male per male”. E quando san Gennaro ebbe terminata la sua preghiera (gli occhi) furono aperti.

La moltitudine avendo visto le cose meravigliose che il Dio pregato da Gennaro suo martire, molti degli spettatori crederono nel Signore Gesù Cristo, circa cinquemila, e gridarono elevando le loro voci: “Non saranno temuti un tale Dio e un così grande un uomo? Non vorrà forse vendetta per le loro sofferenze e la loro morte e non moriremo tutti allo stesso modo?”. Gennaro era molto bello sia nel corpo che nell’indole. Quando l’empio giudice Timoteo vide tale folla rivolta verso il Signore, si agitò e (affinché il servo del Signore Gesù Cristo non venisse privato della sua corona) temendo i comandi dell’imperatore ordinò ai soldati di portarlo via rapidamente e decapitarlo coi martiri santi.

Mentre erano in viaggio per il martirio un tal vecchio ed uomo molto povero, sperando di ottenere un favore da Gennaro si mise sulla sua via e cadde ai suoi piedi, implorandolo se possibile che di ricevere qualcosa dei suoi vestiti. Ma Gennaro disse a quell’uomo vecchio: “Quando il mio corpo sarà stato seppellito tu vedrai che io steso ti darò il mio orarium[12], col quale mi sarò bendato gli occhi”. Anche la madre di san Gennaro che viveva a Benevento, tre giorni prima che suo figlio patisse, vide in sogno che Gennaro stava volando nell’aria al cielo e mentre lei era ancora confusa dal sogno e si chiedeva che cosa volesse dire, improvvisamente le fu annunciato che suo figlio era stato imprigionato per l’amore di Dio. Per quanto ne fu grandemente terrificata, prostrandosi in preghiera di fronte al Signore, emise il suo spirito.

Nel frattempo quando i santi erano arrivati al luogo dove sarebbero stati decapitati, che è alla Solfatara, san Gennaro inginocchiandosi pregò: “Signore, Dio onnipotente nelle tue mani io affido il mio spirito”[13], e alzandosi prese il suo orarium e bendò i suoi occhi ed inginocchiandosi di nuovo, mise sua mano sul suo collo e chiese al carnefice di colpire. Il carnefice colpì con grande forza e tagliò alla stesso tempo un dito della mano del santo e la sua testa. Gli altri santi ricevettero similmente la loro corona[14].

San Gennaro dopo la sua esecuzione apparve al vecchio uomo e gli offrì, come aveva promesso, l’orarium che aveva coperto i suoi occhi e gli disse: “Guarda quello che ti avevo promesso, prendilo come io te lo promisi”, e questi lo prese e lo nascose nel petto con grande riverenza.

I carnefici e due altri ufficiali vedendo il vecchio, gli chiesero ridendo: “Hai avuto quanto ti era stato promesso dal decapitato?”. E quegli rispose, “Sì”, e gli mostrò l’orarium che loro riconobbero restando molto stupiti.

Nell’ora stessa che san Gennaro ed i martiri santi furono decapitati, il crudele Timoteo cominciò a soffrire moltissimo, cominciando a gridare forte: “Io soffro questi dolori per avere trattato così empiamente Gennaro il servitore di Dio. Gli angeli di Dio [mi] tormentano”. E dopo essere stato tormentato per molto tempo emise lo spirito.

I Cristiani di varie città restarono a guardia dei corpi dei santi; avendo possibilità di portarli via di notte alle loro proprie città, mantenendo un accurato controllo sebbene in segreto; e quando la notte giunse e tutti stavano dormendo, san Gennaro nel silenzio della notte apparve ad uno di quelli che si erano preparati per portare via il suo corpo e gli disse: “Fratello, quando verrai per portar via il mio corpo sappi che il dito della mia mano è andato disperso. Cercalo e rimettilo col mio corpo”. E così fu fatto come il santo stesso aveva richiesto. I corpi dei santi furono deposti alla Solfatara dove più tardi fu fondata una chiesa degna di san Gennaro il martire.

Qui finisce la passione del Martire Gennaro.







APPENDICE UNO: Paragrafo supplementare trovato in alcuni codici.



Di notte quando ogni gruppo stava cercando di trasportare i corpi come loro propri patroni, i napoletani presero il benedetto Gennaro come loro patrono e furono favoriti da Dio, il cui corpo dapprima invero nascosero alla fattoria di Marciano[15]. Dopo, quando la pace fu ripristinata, vescovi venerabili, insieme con tutti i parenti di san Gennaro, e col clero presero il suo corpo lo portarono a Napoli tra inni e cantici e lo deposero nella basilica dove ora si trova. A chi, attraverso i suoi meriti, Gesù Cristo non cessa conferire favori memorabili fino al giorno presente: il suo dies natalis è celebrato il 19 settembre. I suoi concittadini di Miseno hanno preso san Sossio il diacono e lo hanno deposto nella basilica in cui ora riposa, 23 settembre: ed i loro concittadini di Pozzuoli hanno preso san Proculo diacono e san Eutichete e san Acuzio e li hanno deposti nella villa di Falcidio che sta presso la basilica di santo Stefano alla diramazione delle tre strade. Allo stesso modo i loro concittadini hanno portato san Festo e san Desiderio a Benevento.  





APPENDICE DUE: dal martyrologio di Beda come dato dai Bollandisti.



"Il 19 settembre, a Napoli nella Campania la festività di san Gennaro, vescovo di Benevento con Sossio di Miseno un diacono e Festo il suo diacono e Desiderio il suo lettore; che dopo le catene e la prigione sono stati decapitati a Pozzuoli sotto Diocleziano, imperatore e Draconzio, giudice. Mentre venivano condotti alla morte furono visti da altri, Proculo diacono di Pozzuoli e due laici, Eutichete e Acuzio e questi chiesto perché dei giusti erano stati condannati ad essere uccisi, i quali quando il giudice vide che erano cristiani ordinò che venissero decapitati con gli altri. Così tutti e sette ugualmente avendo sofferto morirono. Ed i cristiani presero i loro corpi entro la notte; i Napoletani deposero san Gennaro in una basilica vicino alla città e i Misenesi, Sossio in un altra basilica e i Puteolani, Proculo ed Eutichete ed Acuzio nella basilica di santo Stefano e i Beneventini presero Festo e Desiderio”.





Traduzione e note a cura di E. M.
© Tradizione Cristiana

Gennaio 2009





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GLORIA A DIO!





Descrizione: http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/vitesanti/strrulee.gif

* La Chiesa Ortodossa celebra la memoria del santo ieromartire Gennaro e dei suoi compagni il 21 di Aprile.**

[1] Si tratta degli Atti Vaticani, un testo del VIII-IX secolo; dal punto di vista critico rientra più nel genere degli Acta Romanzati. Storicamente più attendibili risultano essere gli Atti Bolognesi risalenti al VI-VII secolo, il cui testo è più semplice e lineare. Nonostante ciò, gli Atti Vaticani non sono privi di elementi derivati da testi più antichi, seppur amalgamati all’interno di una narrazione dal sapore leggendario.

[2] Il nome latino originario del santo è “Januarius”.

[3] Costanzo

[4] Probabilmente “quinto”.

[5] Negli Atti Bolognesi il nome del giudice è Draconzio.

[6] Acta, cioè i verbali dei procedimenti.

[7] Daniele 1-3.

[8] Salmo 55, 11.

[9] Salmo 70, 6.

[10] Efesini 6, 16.

[11] Era uso frequente, durante le persecuzioni anticristiane, che i processi venissero svolti presso i circhi, in modo da arricchire lo spettacolo per le folle.

[12] Orarium in latino, Oράριον in greco: insegna dell’Ordine sacro, comune a diaconi, presbiteri e vescovi, benché indossata in posizione differente, e nell’uso ortodosso di differenti fattezze, dove col tempo restò ad indicare esclusivamente l’insegna diaconale; nel mondo cattolico latino odierno è più conosciuta col nome di “stola”.

[13] Cfr. Luca 23, 46.

[14] Era il 19 settembre del 305

[15] Agro Marciano, da alcuni studiosi identificato con la località Fuorigrotta.


 ** (nota a cura del Padre Giovanni Festa) il sito 
http://www.forum-orthodoxe.com/~forum/viewforum.php?f=5

fa memoria di San Gennaro sia il 21 Aprile sia il 19 Settembre



giovedì 19 aprile 2018

La bella prostituta pentita, il principe, il castello e i vecchi amanti (del nostro Padre tra i Santi Giovanni Nano)

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  http://www.natidallospirito.com/2018/03/04/la-bella-prostituta-pentita-il-principe-il-castello-e-i-vecchi-amanti-giovanni-nano/

Vi era in una città una bella meretrice, che aveva molti amanti. Un giorno si recò da lei un principe e le disse: – Promettimi che sarai casta, e io ti prenderò per moglie! Glielo promise, ed egli la prese e la condusse in casa sua. Ma i suoi amanti la cercarono e dissero: – Quel principe l’ha presa con sé: perciò, se andiamo alla porta di casa sua e se ne accorge, ci castiga. Ma se andiamo dietro a casa e fischiamo, lei riconoscerà il fischio, scenderà da noi, e non sarà scoperta la nostra colpa. Ma essa, al suono del fischio, si chiuse le orecchie, andò nella parte più interna delle sue stanze, e chiuse le porte».

Il padre Giovanni spiegò che la meretrice è l’anima, i suoi amanti sono le passioni e gli uomini; il principe è Cristo; i recessi della casa sono la dimora eterna; quelli che fischiano sono i demoni malvagi. Ma essa si rifugia sempre nel Signore.
Giovanni Nano (Colobos), detto 16
in Mortari (ed.), Vita e detti dei padri del deserto, Città Nuova, p. 235

L’antologia dattiloscritta sulla preghiera dell’archimandrita Lazarus Moore (1902-1992)


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Premessa
La scienza dei santi che consiste nell’amare Dio e il nostro prossimo non si trova nei libri ma nella preghiera. Tutti coloro che compiono il tentativo sincero di osservare questi comandamenti scoprirà presto che è impossibile farlo con il nostro solo sforzo e senza alcun aiuto. “Chi dunque può salvarsi?” (Mt 19,16-26): soltanto coloro che pregano e imparano a pregare. Quando gli Apostoli si resero conto di ciò si rivolsero al nostro Signore Gesù Cristo e dissero: “Signore, insegnaci a pregare”. Ma noi a chi ci rivolgeremo? Certamente ai grandi maestri della scienza e dell’arte della preghiera. Come dice sant’Isacco il Siro: “Chiedi a coloro che hanno una solida conoscenza mediante l’esperienza e non soltanto mediante la lettura”.
In questo libricino vengono offerti i pensieri sulla preghiera di alcuni dei Santi Padri, dei Santi e di eminenti maestri della Chiesa ortodossa. Leggere questo libro è, o può essere, in se stesso una sorta di preghiera, un ascoltare lo Spirito che parla nei suoi servi. Qui i grandi maestri parlano per loro stessi. Qui possiamo entrare in comunione con i santi. Ci sono notevoli tratti degli scritti patristici che sono relativamente antiquati, aridi e noiosi. Ma c’è un’abbondanza che è viva, impressionante, vigorosa, notevole e di una tale straordinaria eccellenza che un lettore non è in grado di esaurirla. Poche persone hanno l’opportunità o l’inclinazione a leggere la quantità di scritti necessaria a raccogliere questi fiori nel loro ambiente naturale. Abbiamo per questo fatto questa antologia di estratti e le abbiamo dato un qualche ordine sebbene si capirà subito che sarebbero stati possibili altri raggruppamenti. Avremmo, infatti, potuto avere capitoli sulla sincerità nella preghiera, sugli ostacoli alla preghiera, sul perdono e la preghiera, sulle risposte alla preghiera. In realtà, tutti questi argomenti sono trattati parzialmente. Ma quest’antologia non pretende di essere esaustiva in alcun modo, né molto ordinata. Se aiuta un’anima ad avvicinarsi a Dio ispirandole lo spirito di preghiera, questa regina di virtù, avrà realizzato il suo scopo. Per il resto, chiediamo al lettore pazienza e preghiere.
I riferimenti biblici sono tratti dalla Bibbia ortodossa, vale a dire, nel caso dell’Antico Testamento, dalla Settanta.

Il curatore
26 agosto 1940


Per la storia della compilazione dell'Antologia e per la vita dell'archimandrita Lazarus e il suo incontro con il Padre ieromoanco della santa tradizione copta  Matta el Meskin si rimanda  al seguente link dal quale è stato tratto il testo della Premessa all'Antologia

 http://www.natidallospirito.com/2018/04/18/lantologia-dattiloscritta-sulla-preghiera-dellarchimandrita-lazarus-moore-1902-1992/?utm_source=feedburner&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+natidallospirito+%28Nati+dallo+Spirito%29

il Padre Lazarus  Muore a Eagle River, in Alaska, il 27 novembre 1992. A pochi giorni dalla fine della sua annosa battaglia con il cancro, di lui si dice che “usava fedelmente la preghiera di Gesù come medicina per la sofferenza”. La sua ultima citazione biblica, tratta dalla Seconda lettera a Timoteo, recita:
Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione (2Tm 4,6-8).

martedì 10 aprile 2018

La Santa Notte di Pasqua in Asterio vescovo d'Amasea-Dalle Omelie sui salmi

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Oggi la Chiesa, l’erede, è esultante. Il suo Sposo, il Cristo Gesù, che soffrì, è risuscitato. Lei aveva pianto l’uomo dei dolori, ora festeggia il vivente. L’erede è nella gioia, il popolo della vecchia alleanza è coperto di confusione per averlo messo a morte; ha così perduto l’eredità. Lo Sposo è risorto e il giudeo, l’avversario della sposa, è stato sgominato. Perché? Aveva cercato di cancellare la risurrezione affermando: “I discepoli hanno sottratto il Signore” (Mt 28, 13). Ma se questi l’avessero prelevato dal sepolcro, come avrebbero potuto nel suo nome guarire il paralitico? Un morto non rialza uno storpio. Un morto non restituisce l’uso delle gambe, un morto non insegna a camminare. Uno non dà agli altri quello che lui stesso non possiede. Lo Sposo è risorto e, come gli avvocati in tribunale, i santi profeti ed apostoli si accostano a lui per raccogliere nella Chiesa l’eredità promessa.

Rallegrati, o Chiesa, sposa di Cristo! La risurrezione dello Sposo ti ha rialzata dal suolo dove i passanti ti calpestavano. Gli altari dei demòni non disperdono più i tuoi figli, ma i templi di Cristo accolgono i neobattezzati. La tirannia degli idoli ormai è cessata, trionfano gli altari di Cristo. Non siamo più convocati dai flauti per adorare la statua d’oro, ma i salmi ci insegnano a lodare Iddio. I piedi della cortigiana non danzano più sulla morte di Giovanni, i talloni della Chiesa pestano la morte.

La fede non è più rinnegata, si piega ogni ginocchio. Tacciono le grida da tragedia, sbocciano come corolle cantici nuovi. Non esalano più fumo le vittime grasse, ma sale l’incenso della preghiera. Sgozzare stupide bestie ha perso ogni senso da quando fu immolato l’agnello che toglie i peccati del mondo.

O meraviglia! L’inferno ha divorato Gesù Cristo, il nostro maestro, ma non è riuscito a inghiottirlo. Il leone ha sbranato l’agnello e il vomito l’ha torturato: la morte assorbì la vita, ma assalita dalla nausea, rigettò il suo festino. Il gigante non poté portare Cristo morto. Un gigante tremò davanti ad un cadavere. Sferrò battaglia ad un vivo, ma un morto lo vinse e lo atterrò. Se il diavolo fosse stato sconfitto da un vivente, avrebbe potuto dire: Non potei vincere Dio; ma lottò contro un vivo e dovette soccombere di fronte ad un morto; ogni scusa vien meno.

Un chicco solo fu seminato e l’universo è stato nutrito. Come uomo fu ucciso: come Dio è tornato in vita e dà la vita alla terra. Come un coccio fu fatto in pezzi, e come un gioiello agghinda la Chiesa. Come agnello fu sgozzato e come pastore disperse la mandria dei demoni, col bastone della croce. Come cero sul candeliere, in croce si spense, ma come sole s’è destato dal sepolcro.

Abbiamo visto compiersi due prodigi: il giorno si oscurò, quando fu crocifisso Cristo, e quando egli risorse la notte brillò come il giorno. Perché il giorno si ottenebrò? Perché sta scritto. “Si avvolgeva di tenebre come di velo” (Ps 17,12). Perché la notte ebbe lo splendore del giorno? Perché il profeta diceva: “Nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno” (Ps 138,12). O notte, più luminosa del giorno! O notte più risplendente del sole. O notte, più candida della neve, più lucente delle nostre torce, più dolce del paradiso. O notte che non conosce tenebre, tu scacci ogni torpore e ci fai vegliare insieme con gli angeli. O notte, spavento dei demoni, notte di Pasqua, attesa durante un anno intero! Notte nuziale della Chiesa, che fai nascere i nuovi battezzati e spogli il demonio addormentato. Notte in cui l’erede introduce gli eredi nell’eredità! Fino alla fine dei tempi per colei che ha conseguito di ereditare.





O notte più chiara del giorno!
 

O notte più luminosa del sole!
 

O notte più candida della neve!
 

Più illuminante delle nostre fiaccole,
più soave del paradiso!
 

O notte che non conosce tenebre;
tu allontani il sonno
e ci fai vegliare con gli angeli.
 

O notte, terrore dei demoni,
notte pasquale, attesa per un anno!
 

Notte nuziale della Chiesa
che dai vita ai nuovi battezzati
e rendi innocuo il demonio intorpidito.
 

Notte in cui L'Erede introduce
gli eredi nell'eternità.




lunedì 2 aprile 2018

Grande e Santo Martedi La parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte - Dal DISCORSO DI SAN SERAPHIM DI SAROV CON MOTOVILOV Il fine della vita cristiana

Risultati immagini per Nella parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (Mt. 25, 1-13) quando quest'ultime finiscono l'olio viene detto loro: "Andate a comperarlo al mercato". Tornando esse trovano la porta della camera nuziale chiusa e non possono entrare.

Nella parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (Mt. 25, 1-13) quando quest'ultime finiscono l'olio viene detto loro: "Andate a comperarlo al mercato". Tornando esse trovano la porta della camera nuziale chiusa e non possono entrare. Alcuni pensano che la mancanza d'olio delle vergini stolte simbolizzi l'insufficienza di azioni virtuose nel corso della loro vita. Tale interpretazione non è esatta. Quale mancanza d'azioni virtuose potevano avere, visto che vengono chiamate comunque vergini, anche se stolte? La verginità è una grande virtù, uno stato quasi angelico che può sostituire tutte le altre virtù. Io, miserabile, penso che mancasse loro proprio lo Spirito Santo di Dio. Praticando le virtù, queste vergini spiritualmente ignoranti, credevano che la vita cristiana consistesse in tali pratiche. Ci siamo comportate in maniera virtuosa, abbiamo fatto delle opere pie - pensavano loro - senza preoccuparsi se avessero ricevuto o no la Grazia dello Spirito Santo. Su questo genere di vita, basato unicamente sulla pratica delle virtù morali senza alcun esame minuzioso per sapere se esse ci rendono - e in quale quantità - la Grazia dello Spirito di Dio, è stato detto: "Alcune vie che paiono inizialmente buone conducono all'abisso infernale" (Pr 14,12)Parlando di queste vergini, nelle sue Epistole ai Monaci Antonio il Grande dice: "Parecchi tra i monaci e le vergini ignorano completamente la differenza che esiste tra le tre volontà che agiscono dentro l'uomo. La prima è la volontà di Dio, perfetta e salvatrice; la seconda è la nostra volontà umana, che per se stessa non e ne rovinosa né salvatrice; la terza - quella diabolica - è decisamente nefasta. È questa terza nemica volontà che obbliga l'uomo a non praticare assolutamente la virtù o a praticarla per vanità o unicamente per il "bene" e non per Cristo. La nostra seconda volontà ci incita a soddisfare i nostri istinti malvagi o, come quella del nemico, c'insegna a fare il "bene" in nome del bene, senza preoccuparsi della grazia che possiamo acquisire. Quanto alla terza volontà, quella salvatrice di Dio, essa ci insegna a fare il bene unicamente per il fine di acquisire lo Spirito Santo, tesoro eterno ed inestimabile, che non può essere uguagliato con nulla al mondo".È proprio la Grazia dello Spirito Santo simbolizzata dall'olio che mancava alle vergini stolte. Esse sono chiamate "stolte" perché non si preoccupano del frutto indispensabile della virtù cioè la Grazia dello Spirito Santo senza la quale nessuno può essere salvato perché "ogni anima è vivificata dallo Spirito Santo per essere illuminata dal sacro mistero dell'Unità Trinitaria" (Prima Antifona al Vangelo del Mattutino). Lo stesso Spirito Santo viene ad abitare nelle nostre anime e questa presenza dell'Onnipotente in noi, questa coesistenza della sua Unità Trinitaria con il nostro spirito non ci è donata che a condizione di lavorare con tutti i mezzi a nostra disposizione per ottenere lo Spirito Santo il quale prepara in noi un luogo degno per quest'incontro, secondo l'immutabile parola di Dio: "Io verrò e abiterò in essi. Sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo" (Ap 3, 20; Gv 14, 23). È questo l'olio che le vergini sagge avevano nelle loro lampade, olio in grado di bruciare per molto tempo diffondendo una luce forte e chiara per poter permettere l'attesa dello Sposo a mezzanotte ed entrare con lui nella camera nuziale dell'eterna gioia.Quanto alle vergini stolte, vedendo che le loro lampade rischiavano di spegnersi, esse si recarono al mercato ma non poterono tornare prima della chiusura della porta. Il mercato è la nostra vita. La porta della camera nuziale, chiusa per impedire di raggiungere lo Sposo, è la nostra morte umana; le vergini, sia quelle sagge che quelle stolte, sono le anime dei cristiani. L'olio non simbolizza le nostre azioni, ma la Grazia attraverso la quale lo Spirito Santo riempie il nostro essere trasformandoci da corrotti ad incorrotti. Così la Grazia trasforma la morte fisica in vita spirituale, le tenebre in luce, la schiavitù verso le passioni alle quali è incatenato il nostro corpo in tempio di Dio, cioè in camera nuziale dove incontriamo Nostro Signore, Creatore e Salvatore, Sposo delle nostre anime. Grande è la compassione che Dio ha verso la nostra disgrazia. E la nostra disgrazia non è altro che la nostra negligenza verso la sua sollecitudine. Egli dice: "Io sono alla porta e busso..." (Ap 3, 20), intendendo per "porta" la nostra vita presente non ancora conclusa con la morte.
 
 
 http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/insegnamenti/finevitaseraphim.htm
 

sabato 31 marzo 2018

Meditazione di San Proclo -L'igresso del Signore a Gerusalemme-La Domenica delle Palme-Salmo 146(147 nella numerazione delle chiese cristiane d'occidente)

 
 
 
 
 
 
 
SALMO 146(147)
Lauda, Ierusalem, Dominum,
lauda Deum tuum, Sion.
 
Quod firmavit seras portarum tuarum,
Benedixit filiis tuis in te.
 
Composuit fines tuos in pace,
medulla tritici satiat te.
emittit eloquium suum in terram,
velociter currit verbum eius.
 
Dat nivem sicut lanam,
pruinam sicut cinerem spargit.
 
Procit glaciem suam ut frustula panis;
coram frigore eius aquae rigescunt.
Emittit verbum suum et liquefacit eas;
flare iubet ventum suum et fluunt aquae.
 
Annuntiavit verbum suum Jacob,
satuta et praecepta sua Israël.
 
Non fecit ita ulli nationi:
praecepta sua non manifestavit eis.
 
Gloria Patri et Filio, et Spiritui Sancto.
Sicut erat in principio, et nunc et semper et in saecula saeculorum. Amen.
 
 
Dai Discorsi di san Proclo.
Oratio IX, In ramos Palmarum, 1-3.4. PG 65, 772-777


Cari fratelli, il tempo liturgico che stiamo vivendo chiede un impegno maggiore da noi: ci vuole più ferventi, più disponibili, più solleciti nel recarci all'incontro con il re venuto dal cielo. Questo stesso gioioso messaggio annunziava san paolo quando diceva: Il Signore è vicino, non angustiatevi per nulla.

Accogliamo il nostro Dio con acclamazioni degne di lui. Gridiamo con la folla: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! Colui che viene: l'espressione è giusta, perché il Signore non smette di venire, pur senza mai essere assente. Il Signore è vicino a quanti lo invocano. Perciò, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!

Tutto quello che accade in questo giorno ha valore di simbolo. Tutte queste manifestazioni indicano in figura che avanza un re. Gli abitanti delle città di questo mondo, quando aspettano l'arrivo del loro governatore, spianano la strada, sospendono corone ai portici; l'aspetto della città cambia, il palazzo reale è ripulito da cima a fondo. In vari punti si organizzano cori che cantino le lodi del re. Da questi segni si riconosce che in un dato paese si avvicina un grande della terra.

Applichiamoci anche noi a un lavoro analogo, anzi a un'impresa ben più gloriosa: le celebrazioni della nostra città spirituale devono essere all'altezza della trascendenza del suo re celeste.

Il re umile e mansueto è alle porte. Nei cieli egli cavalca sui cherubini, quaggiù è seduto su un puledro di asina. Prepariamo la dimora della nostra anima. Togliamo le ragnatele, cioè ogni rancore contro i fratelli. Non si trovi in noi la polvere delle critiche, ma laviamo abbondantemente tutto con l'acqua dell'amore. Livelliamo le gobbe dell'inimicizia, inghirlandiamo i portici delle nostre labbra con i fiori della bontà. Uniamoci alle acclamazioni della folla: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!

Chi vorrebbe tacere? Chi non ammirerà questa folla, avversa ai Giudei e amica dei discepoli di Cristo? Acclamano il Signore come re, lui che non porta nessuna visibile insegna di una dignità regale: non cocchio laminato d'oro, non bianchi cavalli bardati; nessuna traccia della pompa che i re di questo mondo sogliono sfoggiare nei loro cortei. Qui non ci sono né armi né scudi né alabarde; neppure mantelli di porpora né prestigiosi scudieri dalle chiome fluenti; tanto meno sfilano dignitari o parate di elefanti.

La folla non contempla nulla di ciò, anzi vede proprio il contrario: un volgare, meschino puledro, senza sella, preso a prestito per l'occasione. Tutto il corteo si riduce agli undici apostoli, perché Giuda già ordisce il tradimento.

Le folle vedono questa grande povertà di Gesù, eppure sono come rapite in cielo e con gli occhi dello spirito contemplano le realtà dell'alto. Si uniscono ai cori angelici e si valgono delle voci dei serafini per acclamare come loro: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re di Israele!

È aspro e pungente per i sacerdoti e i farisei udire le folle che acclamano un re di Israele. Eppure, volenti o no, sono costretti a udirlo. Avevano tacciato Gesù di possedere un demonio, ed ecco la folla proclamarlo re. Chi le ha suggerito quel titolo? Chi le ha messo in mente tale lode? Chi ha posto rami di palma nelle loro mani? Chi improvvisamente ha radunato tutta questa gente, guidandola come sotto un unico capo? Chi ha insegnato questo canto unanime?

È una grazia discesa dall'alto, una rivelazione dello Spirito Santo. ecco perché gridano con libera franchezza: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re di Israele.

La folla forma il corteo terreno del Signore, gli angeli quello celeste. I mortali sono simili agli immortali, i pellegrini della terra già partecipano ai cori celesti.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re di Israele. Essi rifuggono i farisei, hanno in orrore i sommi sacerdoti.

Cantando una melodia degna dell'Altissimo, rallegrano la creazione, santificano l'aria. I morti trasaliscono, il cielo si apre, rifiorisce il paradiso, gli altri mortali sono stimolati a emulare un simile fervore.

Prendiamo anche noi rami di palma e usciamo incontro al Signore. Diciamo ai prìncipi dei sacerdoti: Non siete voi quelli che domandano se questi è il figlio del carpentiere? Egli è il Dio forte e potente. Correte, affrettatevi; unitevi alla folla e cantate in onore di colui che ha risuscitato Lazzaro: Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

A lui la gloria nei secoli. Amen.
 
 Proclus of constantinople.jpg
« A Costantinopoli, san Proclo, vescovo, che proclamò coraggiosamente la tuttasanta Vergine  Maria come Madre di Dio e riportò dall’esilio nella città con solenne processione il corpo di san Giovanni Crisostomo, meritando per questo nel Concilio Ecumenico di Calcedonia l’appellativo di Magno