lunedì 22 maggio 2017

Verso l'Ascensione di Cristo Dio Vigilanza cristiana Gregorio Magno, Omelia 2, 29,11


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Perciò, fratelli dilettissimi, occorre che col cuore ci volgiamo là dove crediamo che Egli sia asceso col corpo. Fuggiamo i desideri terreni, nulla più ci diletti quaggiù, poiché abbiamo un Padre nei cieli. E ciò noi dobbiamo considerare attentamente, poiché Colui che mite salì in cielo tornerà terribile; e tutto ciò che ci insegnò con mansuetudine, esigerà da noi con severità. Nessuno, dunque, tenga in poco conto il tempo dovuto alla penitenza; nessuno, mentre è nel pieno delle proprie forze, trascuri se stesso, poiché il nostro Redentore quando verrà a giudicarci sarà tanto più severo quanto più paziente è stato con noi prima del giudizio. Pertanto, fratelli, fate questo tra voi e su questo meditate assiduamente. Sebbene l’animo, sconvolto dalle passioni terrene, sia ancora incerto, tuttavia adesso gettate l’ancora della vostra speranza verso la patria eterna, fortificate nella vera luce i propositi dell’animo. Ecco abbiamo sentito che il Signore è asceso al cielo. Perciò meditiamo sempre su ciò in cui crediamo. E se ancora siamo trattenuti qui dall’impedimento del corpo, tuttavia seguiamo Lui con passi d’amore. Non può lasciare insoddisfatto il nostro desiderio Colui che ce l’ha ispirato, Gesù Cristo Nostro Signore.

lunedì 15 maggio 2017

"Ciò che volete che gli uomini facciano a voi" - dice il Salvatore - fatelo anche voi a loro, allo stesso modo" (Mt 7,12)

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omelia di un sacerdote  e scrittore cristiano del V secolo, Salviano di Marsiglia, De gubernatione, 3, 5-6
 
Forse qualcuno obietta che oggi non è più il tempo in cui ci sia dato di sopportare per Cristo ciò che
gli apostoli sopportarono ai loro giorni. E' vero: non vi sono imperatori pagani, non vi sono tiranni persecutori; non si versa il sangue dei santi, la fede non è messa alla prova con i supplizi. Dio è contento che gli serviamo in questa nostra pace, che gli piacciamo con la sola purità immacolata delle azioni e la santità intemerata della vita. Ma per questo gli è dovuta più fede e devozione, perché esige da noi meno, pur avendoci elargito di più. Gli imperatori, dunque, sono cristiani, non c'è persecuzione alcuna, la religione non viene turbata, noi non veniamo costretti a dar prova della fede con un esame rigoroso: perciò dobbiamo piacere di più a Dio almeno con gli impegni minori. Dimostra infatti di essere pronto a imprese maggiori, se le cose lo esigeranno, colui che sa adempire i doveri minori.
Omettiamo dunque ciò che sostenne il beatissimo Paolo, ciò che, come leggiamo nei libri di religione scritti in seguito, tutti i cristiani sostennero, ascendendo così alla porta della reggia celeste per i gradini delle loro pene, servendosi dei cavalletti di supplizio e dei roghi come di scale. Vediamo se almeno in quegli ossequi di religiosa devozione che sono minori e comuni e che tutti i cristiani possono compiere nella pace più stabile ed in ogni tempo, ci sforziamo realmente di rispondere ai precetti del Signore. Cristo ci proibisce di litigare. Ma chi obbedisce a questo comando? E non è un semplice comando, giungendo al punto di imporci di abbandonare ciò che è lo stesso argomento della lite pur di rinunciare alla lite stessa: "Se qualcuno" - dice infatti -"vorrà citarti in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello" (Mt 5,40). Ma io mi chiedo chi siano coloro che cedano agli avversari che li spogliano, anzi, chi siano coloro che non si oppongano agli avversari che li spogliano? Siamo tanto lontani dal lasciare loro la tunica e il resto, che se appena lo possiamo, cerchiamo noi di togliere la tunica e il mantello all'avversario. E obbediamo con tanta devozione ai comandi del Signore, che non ci basta di non cedere ai nostri avversari neppure il minimo dei nostri indumenti, che anzi, se appena ci è possibile e le cose lo permettono, strappiamo loro tutto! A questo comando ne va unito un altro in tutto simile: disse infatti il Signore: "Se qualcuno ti percuoterà la guancia destra, tu offrigli anche l'altra" (Mt 5,39). Quanti pensiamo che siano coloro che porgano almeno un poco le orecchie a questo precetto o che, se pur mostrano di eseguirlo, lo facciano di cuore? E chi vi è mai che se ha ricevuto una percossa non ne voglia rendere molte? E' tanto lontano dall'offrire a chi lo percuote l'altra mascella, che crede di vincere non solo percuotendo l'avversario, ma addirittura uccidendolo.
"Ciò che volete che gli uomini facciano a voi" - dice il Salvatore - fatelo anche voi a loro, allo stesso modo" (Mt 7,12). Noi conosciamo tanto bene la prima parte di questa sentenza che mai la tralasciamo; la seconda, la omettiamo sempre, come se non la conoscessimo affatto. Sappiamo infatti benissimo ciò che vogliamo che gli altri ci facciano, ma non sappiamo ciò che noi dobbiamo fare agli altri. E davvero non lo sapessimo! Sarebbe minore la colpa dovuta ad ignoranza, secondo il detto: "Chi non conosce la volontà del suo padrone sarà punito poco. Ma chi la conosce e non la eseguisce, sarà punito assai" (Lc 12,47). Ora la nostra colpa è maggiore per il fatto che amiamo la prima parte di questa sacra sentenza per la nostra utilità e il nostro comodo; la seconda parte la omettiamo per ingiuria a Dio. E questa parola di Dio viene inoltre rinforzata e rincarata dall'apostolo Paolo, il quale, nella sua predicazione, dice infatti: "Nessuno cerchi ciò che è suo, ma ciò che è degli altri" (1Cor 10,24); e ancora: "I singoli pensino non a ciò che è loro, ma a ciò che è degli altri" (Fil 2,4). Vedi con quanta fedeltà abbia egli eseguito il precetto di Cristo: il Salvatore ci ha comandato di pensare a noi come pensiamo agli altri, egli invece ci comanda di badare più ai comodi altrui che ai nostri. E' il buon servo di un buon Signore e un magnifico imitatore di un Maestro unico: camminando sulle sue vestigia ne rese, quasi, più chiare e, scolpite le orme. Ma noi cristiani facciamo ciò che ci comanda Cristo o ciò che ci comanda l'Apostolo? Né l'uno né l'altro, credo. Siamo tanto lungi tutti noi da offrire agli altri qualcosa con nostro incomodo, che badiamo sommamente ai nostri comodi, scomodando gli altri.

Fonte:http://www.qumran2.net/


Salviano di Marsiglia (400 o 405 – 451 o succ.) è stato uno scrittore latino. Fu uno scrittore cristiano, probabilmente originario di Colonia o di Treviri .
Della sua vita poco è accertato. Salviano fu educato alla scuola di Treviri apparentemente da maestri cristiani. In data sconosciuta si sposò e si stabilì nel sud est della Gallia a Lerina ; quindi, divenuto sacerdote, visse a Marsiglia. Da sua moglie  Palladia, ebbe una figlia, Auspiciola.
Nei suoi scritti appaiono riferimenti a studi fatti sul diritto romano; questo sembra avvalorare una nascita aristocratica come egli stesso riferisce a proposito di una parentela "non oscura"

 http://www.documentacatholicaomnia.eu/30_10_0400-0470-_Salvianus_Massiliensis_Episcopus.html

Le opere a noi giunte sono:
  • Adversus Avaritiam
  • De gubernatione Dei - 8 libri, scritti fra il 439 e il 451[ Traduzione italiana: Il governo di Dio, Città nuova 1994.
  • Epistolae 

sabato 13 maggio 2017

4. La Samaritana, immagine della Chiesa(Romano il Melode, Hymn. 19, 4-5)


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4. La Samaritana, immagine della Chiesa


Cosa insegna dunque la Bibbia? Cristo, essa ci dice, dal quale sgorga una sorgente di vita per gli uomini, affaticato dal viaggio, stava seduto (cf. Gv 4,5-6) presso una fonte di Samaria, ed era l`ora del caldo: era infatti circa l`ora sesta, dice la Scrittura, nel mezzo del giorno, quando il Messia venne ad illuminare coloro che erano nella notte. La sorgente raggiunse la sorgente per lavare, non per bere; la fontana d`immortalità è là accanto al ruscello della miserabile, come spogliata; egli è stanco di camminare, lui che, senza fatica, ha percorso il mare a piedi, lui che accorda gioia e redenzione.
Ora, proprio mentre il Misericordioso stava vicino al pozzo, come ho detto, ecco che una Samaritana prese la sua brocca sulle spalle e venne, uscendo da Sichar, sua città (cf.Gv 4,7). E chi non dirà felice la partenza e il ritorno di quella donna? Ella uscì nel sudiciume, e ritornò immagine della Chiesa, senza macchia. Uscì e attinse la vita come una spugna; uscì portando la brocca, rientrò portando Dio. E chi non dirà beata quella donna? O meglio, chi non venererà colei che è venuta dalle nazioni? Infatti, ella è immagine, e riceve gioia e redenzione.


(Romano il Melode, Hymn. 19, 4-5)

lunedì 8 maggio 2017

E il nostro Padre tra i Santi Giovanni Crisostomo con spietata chiarezza così commenta e predica

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Io ve l'attesto, lo proclamo, ve lo grido a voce spiegata: chiunque ha un nemico non si accosti alla sacra mensa, non riceva il Corpo del Signore. Chiunque si accosta non abbia nemici! Hai un nemico? Non ti accostare! Vuoi accostarti? Riconciliati e poi avanzati e ricevi il Santissimo.
     Non sono io che lo dico, lo dice chi per voi è stato crocifisso: il Signore in persona. Per riconciliare te col Padre non ricusò di farsi trucidare e di versare il proprio sangue; e tu, per riconciliarti con un tuo conservo, non ti degni neppure di dire una parola, di cedere per primo. Sta' a sentire il Signore: Se presenti la tua offerta sull'altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te... non dice: Aspetta che lui venga da te, o accordati con un mediatore, oppure incarica un terzo, ma tu stesso corri da lui.

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     Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello. È incredibile! Dio non reputa un disonore che tu lasci a mezzo il dono che stavi per offrirgli, mentre tu stimi un obbrobrio andare a riconciliarti per primo. Come potrà essere giustificato un simile comportamento? Se ti si rompe un arto, non fai di tutto per riattaccarlo al corpo? Fa' così con i fratelli.
     Se vedi qualcuno rompere l'amicizia con te, industriati di ricuperarlo, non aspettare che venga egli per primo, corri prima tu ad afferrare il premio della gara.
     Un solo nemico ci si impone di odiare: il diavolo! Col diavolo non scendere mai a patti, contro il fratello invece non scenda mai fino al cuore l'inimicizia.

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     Se ti pare faticoso questo atteggiamento, pensa che soffri tutto per Dio, il quale ti ricompenserà degnamente. Se il tuo cuore tituba, si abbatte, si rifiuta, si vergogna, tu eccitalo cantandogli, per così dire, queste parole magiche: Perché esiti? Perché ti ritiri pauroso? Non si tratta di soldi né di beni caduchi, ma della nostra salvezza.
     Dio ci comanda di agire così e tutto passa in seconda linea quando si tratta dei suoi precetti. Questo è un vero affare spirituale, perciò bando alla trascuratezza e all'indifferenza. Sappia il nostro nemico che per fare la volontà di Dio, abbiamo messo in opera tutta la diligenza possibile.
     Se l'altro di nuovo ci insulta, ci percuote, ci tratta nel modo peggiore, sopportiamo tutto con nobiltà quasi facendo piacere a noi stessi e non a lui. Infatti, di tutti i nostri meriti, questo sarà il più prezioso nel giorno del Signore.

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     Non mi dire: "L'ho pregato, l'ho esortato, l'ho scongiurato tanto e non ha voluto cedere". Non ti stancare finché non ci sarai riuscito. Il Signore non si limitò a dire: "Lascia il tuo dono e va', prega il tuo fratello", ma: Va' prima a riconciliarti. Anche se l'hai molto pregato, non ti stancare finché tu non l'abbia persuaso.
     Ogni giorno il Signore ci esorta, ma non lo vogliamo sentire; eppure egli non smette di ripetere l'invito. E tu ti rifiuterai di insistere col tuo fratello? Come potresti ottenere la salvezza? L'hai pregato molte volte e molte volte sei stato respinto? Riceverai perciò il premio più grande. Quanto più lui si ostinerà e tu più insisterai, tanto più Dio ti ricompenserà.
     Quanto più ardua è la virtù, quanto più duro lo sforzo della riconciliazione, tanto più splendide saranno le corone della tua perseveranza.
 


Dalle "Omelie al Popolo Antiocheno" di san Giovanni Crisostomo.
Ad Populum Antiochenum hom.XX, 5-6.  PG 49, 204-209.

sabato 6 maggio 2017

E' veramente Risorto !!!! Dalle "Omelie sui salmi" di Asterio di Amasea.


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Oggi la Chiesa, l'erede, è esultante. Il suo Sposo, il Cristo Gesù, che soffrì, è risuscitato. Lei aveva pianto l'uomo dei dolori, ora festeggia il vivente. L'erede è nella gioia, il popolo della vecchia alleanza è coperto di confusione per averlo messo a morte; ha così perduto l'eredità. Lo Sposo è risorto e il giudeo, l'avversario della sposa, è stato sgominato. Perché? Aveva cercato di cancellare la risurrezione affermando: "I discepoli hanno sottratto il Signore." Mt 28,13. Ma se questi l'avessero prelevato dal sepolcro, come avrebbero potuto nel suo nome guarire il paralitico? Un morto non rialza uno storpio. Un morto non restituisce l'uso delle gambe, un morto non insegna a camminare. Uno non dà agli altri quello che lui stesso non possiede. Lo Sposo è risorto e, come gli avvocati in tribunale, i santi profeti ed apostoli si accostano a lui per raccogliere nella Chiesa l'eredità promessa.
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Rallegrati, o Chiesa, sposa di Cristo! La risurrezione dello Sposo ti ha rialzata dal suolo dove i passanti ti calpestavano. Gli altari dei demòni non disperdono più i tuoi figli, ma i templi di Cristo accolgono i neobattezzati. La tirannia degli idoli ormai è cessata, trionfano gli altari di Cristo. Non siamo più convocati dai flauti per adorare la statua d'oro, ma i salmi ci insegnano a lodare Iddio. I piedi della cortigiana non danzano più sulla morte di Giovanni, i talloni della Chiesa pestano la morte.
La fede non è più rinnegata, si piega ogni ginocchio. Tacciono le grida da tragedia, sbocciano come corolle cantici nuovi. Non esalano più fumo le vittime grasse, ma sale l'incenso della preghiera. Sgozzare stupide bestie ha perso ogni senso da quando fu immolato l'agnello che toglie i peccati del mondo.
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O meraviglia! L'inferno ha divorato Gesù Cristo, il nostro maestro, ma non è riuscito a inghiottirlo. Il leone ha sbranato l'agnello e il vomito l'ha torturato: la morte assorbì la vita, ma assalita dalla nausea, rigettò il suo festino. Il gigante non poté portare Cristo morto. Un gigante tremò davanti ad un cadavere. Sferrò battaglia ad un vivo, ma un morto lo vinse e lo atterrò. Se il diavolo fosse stato sconfitto da un vivente, avrebbe potuto dire: Non potei vincere Dio; ma lottò contro un vivo e dovette soccombere di fronte ad un morto; ogni scusa vien meno.
Un chicco solo fu seminato e l'universo è stato nutrito. Come uomo fu ucciso: come Dio è tornato in vita e dà la vita alla terra. Come un coccio fu fatto in pezzi, e come un gioiello agghinda la Chiesa. Come agnello fu sgozzato e come pastore disperse la mandria dei demoni, col bastone della croce. Come cero sul candeliere, in croce si spense, ma come sole s'è destato dal sepolcro.
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Abbiamo visto compiersi due prodigi: il giorno si oscurò, quando fu crocifisso Cristo, e quando egli risorse la notte brillò come il giorno. Perché il giorno si ottenebrò? Perché sta scritto. "Si avvolgeva di tenebre come di velo." Sal 17,12. Perché la notte ebbe lo splendore del giorno? Perché il profeta diceva: "Nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno." Sal 138,12. O notte, più luminosa del giorno! O notte più risplendente del sole. O notte, più candida della neve, più lucente delle nostre torce, più dolce del paradiso. O notte che non conosce tenebre, tu scacci ogni torpore e ci fai vegliare insieme con gli angeli. O notte, spavento dei demoni, notte di Pasqua, attesa durante un anno intero! Notte nuziale della Chiesa, che fai nascere i nuovi battezzati e spogli il demonio addormentato. Notte in cui l'erede introduce gli eredi nell'eredità! Fino alla fine dei tempi per colei che ha conseguito di ereditare


Dalle "Omelie sui salmi" di Asterio di Amasea. 

 

ASTERIO di Amasea. - Vescovo di questa città (nel Ponto), successe ad Eulalio che, cacciato da Amasea per opera degli ariani, vi ritornò dopo la morte di Valente (9 agosto 378); nell'omelia contro la festa delle calende parla della morte di Rufino (395) e dell'eunuco Eutropio (sotto Arcadio) come di fatti recenti. Al dire di Fozio (Quaest. Amphil., 312), pervenne a un'estrema vecchiaia. Il suo successore fu Palladio, che prese parte al concilio di Efeso (431). Possiamo ritenere come approssimative date estreme della sua vita il 330 e il 410. Possediamo sotto il suo nome 21 omelie.
Di esse, cinque furono pubblicate, per la prima volta, sul cod. Vat. gr. 388, da Giovanni Brant (Anversa 1615), con una traduzione latina di Filippo Rubens: altre sette, con traduzione latine a note, dal Combefis (Parigi 1648). È fra esse (omelia V) una Enarratio in martyrium praeclarissimae martyris Euphemiae che, più che un'omelia, è una descrizione d'una pittura rappresentante il martirio di S. Eufemia (sotto Diocleziano): esercitazione retorica, per altro assai importante. È ricordata come genuina, e poi anche riportata per intero, negli atti del secondo concilio di Nicea (del 787: in Mansi, SS. Concil. coll., XIII, pp. 16-17 e 308 segg.). Un'altra (In S. Stephanum protomartyrem) era stata da Vincenzo Riccardi (Roma 1630) attribuita a Proclo, ma venne dal Combefis rivendicata ad Asterio. Sette omelie sui Salmi V, VI e VIII furono pubblicate dal Cotelier (in Eccl. Gr. monum., II, Parigi 1681,1-81). Fozio ricorda altre omelie di Asterio, una delle quali (In Iairum et mulierem haemorrhoissam) è menzionata anche da Niceforo costantinopolitano. Di altri scritti genuini non abbiamo memoria. Varî frammenti sotto il nome di A. compaiono qua e là nelle Catenae (cfr. A. Mai, Scriptor. veter. nova coll., IX, Roma 1837, pp. 669 segg.). L'edizione completa delle omelie (salvo i frammenti) è in Patrol. Graeca, XL, coll. 163-478.
A. è scrittore forbito, senza troppi fiori retorici. Le sue omelie possono ben stare accanto a quelle di Giovanni Crisostomo e di Basilio. È da notare, infine, ch'egli preferì argomenti d'indole pratica e morale; la teologia puramente teoretica non lo attrae.

Bibl.: M. Bauer, Asterius, Bischof von Amaseia, Würzburg 1911; K. Fr. W. Paniel, Pragm. Geschichte d. christl. Beredsamkeit, I, ii, Lipsia 1841, p. 566 segg.; L. Koch, in Zeitschrift f. d. histor. Theologie, XLI, p. 77 segg.; O. Bardenhewer, Patrologie, Friburgo in B. 1910, p. 268; id., Gesch. der altkirchl. Literatur, III, 2ª ed., Friburgo in B. 1912, p. 228 segg.; V. De Buck, in Acta Sanctorum, Octobr., XIII, p. 330 segg.; J. Strzygowski, Orient oder Rom, Lipsia 1901, p. 118 segg. (sull'omelia V); M. Schmid, Beiträge zur Lebensgesch. d. A. von Am. und zur philol. Würdigung seiner Schriften, Berna e Lipsia 1911.

 

martedì 18 aprile 2017

San Paolino di Nola -Lettera ad Alipio Vescovo di Tagaste- E proprio per questo abbiamo bisogno delle tue preghiere.

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Lett. 3 ad Alipio, 1. 5. 6, in CSEL 29, 13-14. 17-18

Per mezzo dello Spirito Santo Dio infonde il suo amore in tutti i suoi servi.
Questa é la vera carità, questo é l'amore perfetto che tu, signor mio, veramente buono, gentile e carissimo, hai dimostrato di avere verso la nostra pochezza. Per mezzo del nostro Giuliano, che tornava da Cartagine, abbiamo ricevuto la tua lettera. Essa ci porta tanta luce della tua santità, da poter dire che noi, più che conoscere, riconosciamo la tua carità. Senza dubbio tale carità deriva da colui che dall'origine del mondo ci ha predestinati a sé. In lui eravamo ancor prima di nascere; perché é lui che ci ha creati e non noi da noi stessi (cfr. Sal 99, 3). E' lui che ha fatto anche quelle cose che devono ancora compiersi nel futuro.
Dalla sua prescienza e dalla sua opera siamo stati formati ad avere una sola volontà e identica fede, o meglio ad avere fede nell'Unità. Siamo stati cementati dalla carità, perché, mediante la rivelazione dello Spirito, ci conoscessimo a vicenda ancor prima di vederci. Rallegriamoci quindi e consoliamoci nel Signore che, pur restando sempre uguale a se stesso, diffonde in ogni luogo il suo amore nei suoi fedeli, per opera dello Spirito Santo. Egli lo ha riservato abbondantemente su tutte le creature, allietando così con il suo impulso vivificante la città di Dio. Tra i cittadini di questa città egli ha voluto ben a ragione collocare te tanto in alto da farti sedere «tra i principi del suo popolo» (Sal 112, 8) sulla cattedra degli apostoli. Così nella tua stessa sorte ha voluto aggregare anche noi, sollevandoci da terra e rialzandoci dalla nostra povertà.
Ma più ancora ci rallegriamo perché il Signore ci ha fatti entrare così intimamente nel tuo cuore, dà farci godere di un tuo singolarissimo affetto. Ciò non può rimanere senza contraccambio adeguato e perciò ti assicuriamo di amarti sinceramente. Ed ora permettetici che ti presentiamo un nostro desiderio. Sappi dunque che questo peccatore non é uscito fuori dalle tenebre e dall'ombra di morte, non ha respinto l'aura vitale e non ha posto mano all'aratro e preso sulle sue spalle la croce di Cristo se non per condurre a termine la sua missione. E proprio per questo abbiamo bisogno delle tue preghiere. Ai tuoi meriti aggiungi anche questo, di alleggerire, con le tue preghiere, i nostri pesi. Il santo che aiuta chi é nella fatica, non oso dire il fratello, sarà esaltato come una grande città.
Abbiamo mandato alla tua santità un pane come simbolo della nostra unità, ma anche dell'unica totale Trinità. Dègnati di mangiarlo in modo che questo pane diventi un'eulogia, cioé un pane benedetto.


Vita di San Paolino di Nola

sta in
 http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/06-Giugno/San_Paolino_da_Nola.html

martedì 11 aprile 2017

L'unzione di Betania San Cromazio di Aquileia. « Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento



 



Questa icona di San Cromazio d'Aquileia è il dono del Patriarca Bartolomeo per la Basilica di Aquileia, in ricordo dell'aiuto dato da Cromazio al predecessore del Patriarca sulla sede di Costantinopoli, San Giovanni Crisostomo
 
 

San Cromazio di Aquileia. 


« Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento »


Dopo aver unto i piedi del Signore, la donna non li ha asciugati con un panno, ma con i suoi capelli, per onorare meglio il Signore... Come uno, assetato, beve l’acqua di un fonte zampillante, questa santa donna ha bevuto alla fonte della santità una grazia deliziosa, per placare la sete della sua fede.

Nel senso allegorico o mistico però, questa donna prefigurava la Chiesa, che ha offerto a Cristo la devozione piena e totale della sua fede... Una libbra contiene dodici once. È questa dunque la misura dell’unguento posseduto dalla Chiesa, che ha ricevuto, come un unguento prezioso, l’insegnamento dei dodici apostoli. Cos’è più prezioso infatti dell’insegnamento degli apostoli che contiene la fede in Cristo e la gloria del Regno dei cieli? Per di più, viene detto che tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento, perché il mondo intero è stato riempito dell’insegnamento degli apostoli: “Per tutta la terra”, come sta scritto, “si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro voce” (Sal 18,8).

Leggiamo nel Cantico dei Cantici questa parola che Salomone fa dire alla Chiesa: “Profumo olezzante è il tuo amore” (1,3). Non senza ragione il nome del Signore è chiamato “profumo olezzante”. Un unguento, lo sapete, finché è conservato in un vaso, custodisce in sé la fortezza del suo profumo; ma appena viene versato o vuotato, allora diffonde il suo profumo odoroso. Allo stesso modo, il nostro Signore e Salvatore mentre regnava in cielo con il Padre, era ignoto al mondo, sconosciuto quaggiù. Ma quando, per la nostra salvezza, si è degnato di abbassarsi, scendendo dal cielo per assumere un corpo umano, allora ha sparso nel mondo la dolcezza e il profumo del suo nome.
 
 Discorsi 11 ; SC 154, 215