giovedì 26 giugno 2014

ancora il nostro Padre tra i Santi Massimo Vescovo di Torino


ancora  il nostro Padre tra i Santi Massimo Vescovo di Torino


De Natali S. Laurentii levitæ et martyris. Sermo LXX, 4, 1-2. PL 57, 675-677. 

Credo che voi conosciate il martirio del beatissimo martire Lorenzo, di cui oggi celebriamo la nascita al cielo; e non dubito che conoscerete quali atroci tormenti abbia sopportato nella persecuzione. Fu così grande la gloria del suo martirio, che illuminò tutto il mondo con le sue sofferenze. Sì, Lorenzo illuminò l'orbe intero con quel fuoco col quale egli stesso fu arso; e riscaldò i cuori di tutti i cristiani con le fiamme che egli sopportò.



Chi, infatti, di fronte a un tale esempio non vorrebbe bruciare per Cristo con Lorenzo per ricevere la corona di Cristo con Lorenzo? Chi non vorrebbe sopportare il fuoco di Lorenzo per un'ora, per non subire il fuoco eterno della geenna? Dall'esempio, dunque, del beato diacono siamo convocati  al martirio, siamo infiammati alla fede, siamo riscaldati alla devozione. 

Anche se a noi manca la fiamma del persecutore, non ci manca la fiamma della fede. È vero che non ardiamo nel corpo per Cristo, ma ardiamo nell'affetto; il persecutore non mi sottopone al fuoco, ma mi procura fuoco il desiderio del Salvatore. 



Leggiamo nel Vangelo che vi è un fuoco del Salvatore, perché il Signore stesso dice: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso (Lc 12,49). Infiammati da quel fuoco, i discepoli di Emmaus dissero: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture (Lc 24,32)? Anche il beato Lorenzo, ardendo di tale fuoco, non sentì la vampa delle fiamme; e mentre ardeva per il desiderio di Cristo, non ardeva per il tormento del persecutore. Rovente era in lui l'ardore della fede al punto che la fiamma del supplizio si raffreddava. Lorenzo soffre per l'incendio che ne divora il corpo, ma l'ardore divino del Salvatore spegne l'ardore materiale del tiranno. Da una parte il nostro diacono è infiammato dall'amore di Cristo, dall'altra è tormentato dalla fiamma del persecutore. Sebbene le sue membra si dissolvano in cenere, non si dissolve l´intrepidezza della fede: sopporta il danno del corpo, ma acquista il guadagno della salvezza.

Non è un rapido e semplice martirio quello che annienta il beato Lorenzo. Chi è decapitato muore in una sola volta; chi è gettato tra le fiamme di una fornace, è liberato in un sol colpo. Egli invece è torturato da una lunga e macchinosa pensa, così che la morte, inevitabile per il supplizio non interviene a porvi fine. Si narra, infatti, che da quel crudelissimo persecutore gli fu inflitta questa pena: ammucchiata una massa di carboni ardenti, egli vi fu disteso sopra su una graticola di ferro e fu consumato da una lenta fiamma, perché non tanto questa con la sua vampa uccidesse l'uomo, quanto lo tormentasse bruciando a lungo; tant'è che quando il persecutore vedeva arso un fianco, esponeva al fuoco l'altro fianco. 
Leggiamo che i santi fanciulli Anania, Azaria e Misaele, rinchiusi dal re in una fornace ardente, passeggiavano tra le fiamme del loro martirio e calpestavano con i piedi le vampe del fuoco (Cf Dn 3, 19-24). La gloria di Lorenzo non è minore: se quelli passeggiano tra le fiamme del loro martirio, questo giace sullo stesso fuoco del suo supplizio; quelli calpestano le fiamme con la pianta dei piedi, questo le spegne con la devota offerta dei suoi fianchi. Quelli, dico, ritti in mezzo al loro supplizio adoravano il Signore con le mani alzate, questi disteso nella sua sofferenza prega il Signore con tutto il corpo.





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