mercoledì 8 gennaio 2020

“Non siamo noi a combattere, ma è Cristo che combatte in noi. Noi siamo il teatro dei combattimenti escatologici di Cristo.” (s. Josif l’esicasta – 1898/1959)


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1Corinzi 4,9-16
Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!


Dal capitolo 10 del Vangelo di Matteo
Lc 12:4-12, 51-53; 14:26-33; 21:12-17
16 «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 17 Guardatevi dagli uomini; perché vi metteranno in mano ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18 e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per servire di testimonianza davanti a loro e ai pagani. 19 Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come parlerete o di quello che dovrete dire; perché in quel momento stesso vi sarà dato ciò che dovrete dire. 20 Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
21 Il fratello darà il fratello a morte, e il padre il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. 22 Sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. 23 Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra; perché io vi dico in verità che non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che il Figlio dell'uomo sia venuto.
24 Un discepolo non è superiore al maestro, né un servo superiore al suo signore. 25 Basti al discepolo essere come il suo maestro e al servo essere come il suo signore. Se hanno chiamato Belzebù il padrone, quanto più chiameranno così quelli di casa sua! 26 Non li temete dunque; perché non c'è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all'orecchio, predicatelo sui tetti. 28 E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima; temete piuttosto colui che può far perire l'anima e il corpo nella geenna. 29 Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. 30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.
32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. 33 Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.
34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; 36 e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua. 37 Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me. 38 Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà

Un giorno alcune persone se ne andarono in Tebaide a visitare un anziano. Portavano con loro un uomo tormentato dal demonio, affinché l'anziano lo guarisse. Dopo essersi fatto a lungo pregare l'anziano disse al demonio: «Esci da questa creatura di Dio!». Il demonio rispose: «Me ne vado, ma voglio farti una domanda: "Dimmi: chi sono i capri e chi gli agnelli?"». L'anziano gli rispose: «I capri, sono io; quanto agli agnelli, lo sa Iddio ». A queste parole il demonio urlò: « Mi ritiro a causa della tua umiltà!». E subito se ne andò 

Dall’Omelia II di san Giovanni Crisostomo 
(La penitenza, Om. 2, 4-5)

Ho descritto molte forme di penitenza per renderti facile l’accesso alla salvezza attraverso la varietà delle vie. Qual è dunque la terza via? L’umiltà: sii umile e avrai sciolto i legami del peccato. Anche di questo ci porta una prova la Scrittura nel racconto del pubblicano e del fariseo. Salirono al tempio, dice, un fariseo e un pubblicano per pregare e il fariseo cominciò a elencare le sue virtù, Io non sono, disse, peccatore come gli altri, né come questo pubblicano. Misera e infelice anima: hai condannato tutto il mondo, perché hai contristato anche il tuo prossimo? Non ti bastava tutto il mondo senza voler condannare anche quel pubblicano?E che fece il pubblicano? Adorò a capo chino con gli occhi fissi in terra, dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore», (Lc 18, 13) e poiché si mostrò umile fu giustificato.Quando dunque il fariseo uscì dal tempio aveva perduto la sua giustizia, il pubblicano invece l’aveva ottenuta: le sue parole furono più forti delle opere. Quello, nonostante le sue opere, perse la giustizia; questo invece con parole di umiltà la conquistò, benché la sua non fosse propriamente umiltà. Infatti è umiltà quando uno che è grande si fa piccolo; l’atteggiamento del pubblicano non fu umiltà, ma verità: erano vere quelle parole, perché egli era peccatore. Chi peggiore di un pubblicano? Cercava il suo vantaggio nelle disgrazie del prossimo, approfittava delle fatiche altrui e senza rispetto per le loro pene giungeva a procurarsi il guadagno. È dunque grandissimo il peccato del pubblicano. Perciò se il pubblicano, pur essendo peccatore, dando prova di umiltà ha ricevuto così gran dono, quanto maggiore potrà riceverlo chi sia virtuoso e umile? Se riconosci i tuoi peccati e sei umile, diventi giusto.


“Gli altri non possono sapere che hanno bisogno di Cristo, se non Lo vedono in noi. Non possono sapere che questo Cristo riempie i cuori e trasforma le vite, se non vedono in noi la trasformazione. Se siamo timorosi, arrabbiati, arroganti e freddi, il mondo non vedrà niente di degno da ricercare nella nostra Fede Cristiana. Se gli altri non vedono in te un cuore che perdona, come sapranno che in Cristo c’è perdono? Se gli altri non vedono in te un cuore pieno di gioia, come faranno a sapere che hanno molto bisogno di quel Cristo che tu proclami come tuo Signore e Salvatore? Se vedono in te una persona che sempre critica e giudica, intollerante, infelice, in che modo saranno attratti dall’Ortodossia che tu proclami come la vera Fede?”

* p. Tryphon (igumeno del Sacro Monastero del Salvatore a Vashon Island – WA) 


Non chiamare Dio giusto, ché la Sua giustizia non è manifesta nelle cose che ti concernono. E se Davide Lo chiama giusto e retto, Suo Figlio ci ha rivelato che Egli è buono e magnanimo. “Egli è buono”, Egli dice “con i cattivi e con gli empi”. Come puoi tu chiamare Dio giusto quando ti imbatti sul brano evangelico della paga data agli operai (Mt 20:1-16)?… Come può l’uomo chiamare Dio giusto quando legge nel passaggio del figliuol prodigo, il quale ha sperperato la sua ricchezza con una vita dissoluta, che al minimo cenno di compunzione, il padre corse e cadde alle ginocchia del figlio dandogli autorità sopra tutta le sue ricchezze?… Dove, dunque, è la giustizia di Dio dal momento che, mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi?!
* s. Isacco di Ninive (asceta ortodosso-siriano e professore del deserto – VII° sec.) 

Un anziano diceva: Non ho mai desiderato una cosa che mi fosse utile e comportasse un danno per il mio fratello, perché spero che il guadagno del fratello sia per me un vantaggio  

“Non siamo noi a combattere, ma è Cristo che combatte in noi. Noi siamo il teatro dei combattimenti escatologici di Cristo.” (s. Josif l’esicasta – 1898/1959)   
Tutti i santi asceti ricordavano sempre l'ora della loro morte: faceva parte della loro vita quotidiana di preghiera, avevano persino teschi umani nelle loro cellule per ricordare loro la propria morte, li guardavano con le lacrime agli occhi sapendo che anche loro seguivano le loro orme: servivano instancabilmente Dio e lavoravano per il Signore proprio come fece san Serafino di Sarov, ricordando ogni giorno le parole del 33° salmo: “La morte dei peccatori è cattiva”. Proprio come te, ricordano anche le seguenti parole: “Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei Suoi santi”. (Salmo 16:5).
Il profeta Isaia disse qualcosa che anche noi dovremmo ricordare e imprimerlo nei nostri cuori. “Siate turbati voi compiacenti; spogliatevi, nudatevi e vestite di cintura sui fianchi”. (Isaia 32:11).
Trema e ricorda la morte. Dovresti sempre ricordare il momento in cui lascerai questa vita e non la dimenticherai mai. Per poter avere questa mentalità e seguire Gesù Cristo, abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio. Senza questo aiuto noi non riusciremo a sconfiggere le tentazioni di Satana. Ecco perché dovremmo chiedere a Dio di inviarci la grazia divina.
* s. Luca di Crimea (medico-taumaturgo e vescovo ortodosso-russo – 1877/1961)


Quando ci focalizziamo su di noi, e dobbiamo lottare da soli per essere giustificati, mentre siamo giudicati dai nostri peccati, dopo aver sconvolto la bilancia della giustizia, allora stiamo ancora perduti, non abbiamo alcuna via d'uscita, ma fingiamo di essere fondamentalmente persone "buone".
Se essere 'buoni' è la misura della nostra salvezza, allora siamo perduti. Cristo proclama: "Nessuno è buono, tranne uno, Dio". (Matteo 19:17). Quella che sembra una vanteria per "sentirsi bene", per ignorare il peccato e le sue conseguenze nella nostra vita, in realtà ci rende e ci mantiene spiritualmente ammalati; ignora il nostro bisogno di Dio, il nostro bisogno di un vero cambiamento che porta alla nostra lotta con le nostre passioni e alla salvezza.
Invece, è il nostro reale riconoscimento del peccato e il desiderio di un cambiamento del cuore, seguito dalla nostra confessione di quel peccato, che è la chiave per la nostra liberazione dalla schiavitù, dalla sua presa su di noi, e dalla conseguente separazione da Dio e dal nostro prossimo. Noi chiamiamo questo riconoscimento del peccato e la nostra conversione dalla fiducia in noi stessi alla fiducia in Dio, 'pentimento', metanoia nel greco originale.
Esistere come individui autonomi, anche 'buoni', non ci salva dal peccato e dalla morte. Ma rifugiarci nella Chiesa, partecipare alla vita sacramentale, mostrare il nostro pentimento attraverso la confessione, essere in comunione con Dio, ci libera dal peccato e ci fa crescere come uomini e donne di Dio, lottando passo dopo passo; e questa lotta, questo spirito penitente, porta frutto per la salvezza.
* Padre Robert Miclean (sacerdote ortodosso-statunitense della Chiesa Ortodossa Russa



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