domenica 11 gennaio 2026

Namastè.“Peace dog”, il cane della pace.





Da ottobre un gruppo di monaci buddisti sta attraversando gli Stati Uniti a piedi.

3.700 chilometri, 120 giorni di cammino.

Lo fanno in silenzio, con pochi oggetti e un solo desiderio: chiedere pace, senza bandiere e senza slogan.

Con loro cammina anche un cane bianco e marrone. Si chiama Aloka, ha circa quattro anni e nessuno lo aveva invitato.

Aloka è nato libero: randagio diremmo noi dalle nostre parti. Un giorno ha visto passare i monaci e ha deciso che quella era anche la sua strada. Da allora non li ha più lasciati. Cammina, si ferma con loro, riparte con loro. Come se avesse capito tutto, anzi, come se avesse sentito tutto nel suo cuore.

Oggi lo chiamano “Peace dog”, il cane della pace. È diventato famoso sui social, incontra persone che gli offrono cibo, carezze, cure. Lui accetta tutto con gratitudine, poi torna al suo posto: accanto ai monaci, sull’asfalto e sui sentieri, in questo loro cammino di pace.

Aloka lo sa. Lo percepisce. Lo dimostra. 

E un mondo di pace lo chiede anche lui, a modo suo.





https://www.facebook.com/oikumen/posts/pfbid0x3h4aDQjJ4tiSqFtQDi3Luuz2cL2NfUA77HbmsekkWFPipeAcxtAJKkSKvXdqR2nl

giovedì 8 gennaio 2026

Due giovani pesci e un pesce anziano



C’è una storiella che David Foster Wallace amava raccontare. Due giovani pesci nuotano tranquilli e incontrano un pesce anziano che nuota in senso contrario e fa loro un cenno: “Buongiorno ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno guarda l’altro e fa: “Ma che diavolo è l’acqua?”.

https://www.ecologiadeimedia.it/prologo/


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David Foster Wallace (21 febbraio 1962 – 12 settembre 2008 ) è stato uno scrittore e professore statunitense . È noto soprattutto per il suo romanzo del 1996 * Infinite Jest * . [ 1 ] [ 2 ] La rivista Time lo classifica tra i più importanti romanzi in lingua inglese pubblicati tra il 1923 e il 2005. [ 3 ] La vita di Wallace è stata segnata dalla sua lotta contro una grave depressione e l'alcolismo . Si è tolto la vita all'età di 46 anni durante un grave episodio depressivo.


https://de.wikipedia.org/wiki/David_Foster_Wallace


David Foster Wallace Un grande umanista della cultura pop

https://www.deutschlandfunkkultur.de/david-foster-wallace-ein-grosser-humanist-der-popkultur-100.html


(in tedesco ma Google consente anche la traduzione in. italiano ) 



David Foster Wallace

https://pierovillani.com/2025/10/09/david-foster-wallace-1962-2008/

lunedì 5 gennaio 2026

Dice Sulpicio Severo, scrittore e monaco, non molto dopo il 400: Il cui nome è stambecco

Dice Sulpicio Severo, scrittore e monaco, non molto dopo il 400:




 C’era anche un altro anacoreta che viveva nel deserto, dalle parti di Syene [Assuan]. Ritiratosi in solitudine, si nutriva di radici di erbe – la sabbia talvolta le produce, e di un sapore eccellente –, ma, inconsapevole della scelta cattiva, spesso raccoglieva quelle nocive. Né d’altra parte era facile distinguere la qualità delle radici dal loro sapore, poiché erano tutte ugualmente dolci [quia omnia aeque dulcia erant]; la maggior parte di esse tuttavia conteneva un veleno mortale di natura più nascosta [occultiore natura virus letale]. Pertanto, quando mangiava, una forza interna lo tormentava e tutti i suoi organi vitali erano scossi da violenti dolori. Il vomito frequente, con tormenti insopportabili, stava per dissolvere la sede stessa dell’anima, con lo stomaco già al collasso [stomacho iam fatiscente]. Così, timoroso in pratica di tutto ciò che poteva ingerire, stava trascorrendo il settimo giorno senza cibo, quando una bestia selvaggia, il cui nome è «stambecco» [cui ibicis est nomen], gli si avvicinò. L’anziano gli gettò addosso un mazzetto di erbe che aveva raccolto il giorno prima, ma che non aveva osato toccare; la bestia, scartando con la bocca quelle virulente, scelse quelle che sapeva essere innocue. Così, con il suo esempio, il sant’uomo imparò cosa mangiare e cosa era meglio scansare, sfuggì al pericolo della fame ed evitò i veleni delle erbe.


♦ Sulpicio Severo, Dialoghi I, 16, in: Sulpicii Severi libri qui supersunt, a cura di K. Halm (CSEL I), 1866, pp. 168-69. (Devo l’indicazione al commento di Salvatore Pricoco ai Dialoghi di Gregorio Magno.)


https://monachesimoduepuntozero.com/2026/01/05/il-cui-nome-e-stambecco-dice-il-monaco-cxxxv/

domenica 21 dicembre 2025

Il monaco del deserto e l'editto dell'Imperatore Valente contro i monaci egiziani



Nel capitolo 44 della Vita di Antonio – quella che gli americani chiamerebbero the blueprint for the monk prototype – Atanasio (vescovo di Alessandria) descrive brevemente e con un certo trasporto gli effetti dell’esempio e degli insegnamenti di Antonio (al capitolo precedente si è appena conclusa la relazione della «grande catechesi ai monaci»), che si era ritirato nel deserto per condurre una vita di ascesi e preghiera(1) 

Le parole di Antonio colpiscono tutti: i buoni gioiscono e avanzano nel bene, i manchevoli ne traggono conforto per non disperare e «altri ancora mutavano convinzioni» (virtù, questa, tra parentesi, poco sottolineata rispetto, ad esempio, a quella taumaturgica; e quanto mai invece notevole, soprattutto oggidì: quando abbiamo visto qualcuno, di recente, cambiare opinione in seguito alle parole di un altro?). Tutti si sentono pronti per affrontare le insidie e le tentazioni dei demoni e così, come Atanasio aveva proclamato in precedenza, «il deserto divenne una città di monaci che avevano abbandonato i loro beni e si erano iscritti nella cittadinanza dei cieli»(2)  Nei loro insediamenti lontani da città e villaggi i nuovi monaci leggono le Scritture, cantano i Salmi, digiunano, pregano, lavorano per sostenersi e per fare l’elemosina, vivono «in amore e concordia vicendevole».

Una regione solitaria e selvaggia, grazie a questa migrazione, diventa un tempio a cielo aperto, consacrato al servizio di Dio e della giustizia, tanto che, come recita la versione latina, «nemo enim erat ibi qui iniuste tractabatur, neque laesus exigentibus tributa», cioè, dal greco, «non c’era là nessuno che patisse ingiustizia o si lamentasse degli agenti del fisco»… Eh già.


Certo, l’assoluta povertà monastica metteva al riparo anche dalle tasse… Commentando proprio quel passo della Vita di Antonio, Pier Cesare Bori scrive: «Probabilmente però, accanto alle motivazioni ideologiche, esistono delle spinte sociali ben concrete all’«anacoresi» (che traspaiono anche dall’immagine paradisiaca sopra evocata: il ricordo dell’esattore!); il fenomeno dell’anacoresi è anzitutto la fuga, la diserzione da una società ingiusta e opprimente: “Fuggiremo dove possiamo vivere da uomini liberi!” dice un’iscrizione egiziana del tempo, già all’inizio del secolo III.

«Il monachesimo si configura così più che mai in questo caso come progetto di una società altra dal presente.»(3) Sempre pratici, i monaci, sin dal principio.


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1-Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, introduzione, traduzione e note di L. Cremaschi, Paoline 202310, p. 131-32. Alla studiosa tante volte citata in questo blog devo anche il suggerimento del saggio di Pier Cesare Bori, menzionato più avanti. Da ricordare altresì la Vita di Antonio, introduzione di Ch. Mohrmann, testo critico e commento a cura di G.J.M. Bartelink, traduzione di P. Citati e S. Lilla, (Vite dei santi; I) Fondazione Valla / Mondadori 1974.

2-La versione latina dice: «Il deserto si riempì di eremiti, uomini che erano usciti dalle proprie case e avevano abbracciato una vita celeste».

3- Pier Cesare Bori, Chiesa primitiva. L’immagine della comunità delle origini (Atti 2, 42-47; 4, 32-37) nella storia della chiesa antica, Paideia 1974, p. 154. 

Da parte sua, Lisa Cremaschi cita un editto del 370 dell’imperatore Valente che ordina di «ricercare i monaci egiziani considerandoli dei disertori ritiratisi nel deserto, “con il pretesto della religione”, per fuggire gli obblighi della società civile». A tutti gli effetti un WANTED – EGYPTIANS MONKS.


https://monachesimoduepuntozero.com/2025/12/21/benefici-fiscali-per-gli-anacoreti/

venerdì 19 dicembre 2025

la leggenda buddista della “bambola di sale”




Mi viene in mente la leggenda buddista della “bambola di sale” che doveva capire cosa fosse il mare. A questa domanda il mare la invita a toccarlo e sciogliendole le dita le spiega che ha offerto qualcosa per iniziare a capire. La bambola decide di continuare e più avanzava più si sentiva impoverita di una parte di sé e più aveva la sensazione di capire meglio. Ma soltanto quando l’ultima onda inghiotti ciò che restava di lei, nell’istante in cui scompariva, perduta nell’onda che la travolgeva comprese finalmente cosa fosse il mare. – Sono io! – esclamò, e questo fu il suo ultimo sussurro.

Virginia Salles


https://www.facebook.com/oikumen/posts/pfbid0GyExBCCsexYb865PyHY8kYuLvPQjSDUu2LL1rE782DoBeB8zdfhiD8GCyNt1xiKJl

martedì 16 dicembre 2025

Due monaci zen e una giovane donna.



Due monaci zen camminano verso il monastero. Arrivano a un fiume. Sulla riva, una giovane donna piange. Il guado è troppo profondo, ha paura di attraversare. Il monaco anziano, senza dire nulla, la prende in braccio e la porta dall’altra parte. La posa. Lei lo ringrazia. I monaci riprendono il cammino.

Passano due ore. Tre. Cinque. Il monaco giovane ribolle. Alla fine esplode: “Come hai potuto?! Hai toccato una donna! Hai infranto i voti! L’hai presa in braccio!”

Il monaco anziano si ferma. Lo guarda con calma: “Io l’ho posata sulla riva del fiume, cinque ore fa. Tu la stai ancora portando.”

giovedì 20 novembre 2025

Columba di Iona e una gru irlandese



Un giorno, sempre a Iona, Columba chiama un fratello e gli dice: «La mattina del terzo giorno da questa data devi sederti e aspettare sulla costa dal lato occidentale di quest’isola, perché una gru, che è straniera in queste regioni settentrionali ed è stata spinta qui dai venti, verrà, stanca e affaticata, dopo l’ora nona, e si coricherà davanti a te sulla spiaggia, completamente esausta». Pertanto Columba incarica il monaco di trovare un ricovero adatto, dove l’animale (che il santo sa essere irlandese, conterraneo), nutrito, possa riprendersi e poi ripartire. Naturalmente, «come il santo aveva predetto, così avvenne». La gru arriva, stremata, viene raccolta («dolcemente»), curata, sfamata; infine si riprende e il terzo giorno (!) si alza in volo e «diresse la sua corsa attraverso il mare fino all’Irlanda, andando sempre dritto, come si vola in una giornata tranquilla».