giovedì 10 ottobre 2019

Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia... Prima parte (Gv 16, 20-23).

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“siate sempre lieti nel Signore” (Fil 4, 4)

Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo" (At 2, 46-47).

"Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,11)

“Non sia turbato il vostro cuore” (Gv 14,1)

"Possa tu avere molta gioia!" è il saluto rivolto dall’angelo a Tobia (Tb 5,11). E il Siracide aggiunge: "Non abbandonarti alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri. La gioia del cuore è la vita per l’uomo, l’allegria di un uomo è lunga vita! (Sir 30,22-23). "Dio ama chi dona con gioia" (Sir 35,11; 2Cor 9,7).

Gesù insiste molto sulla gioia: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,11). Prega per i suoi discepoli "perché abbiano in se stessi la pienezza della sua gioia" (Gv 17,13). Si premura di assicurarli che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno risuscitato e glorioso: "Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia... Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia" (Gv 16,20-23). Li esorta a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: "Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena" (Gv 16,24). San Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia: "Fratelli miei, state lieti nel Signore" (Fil 3,1); "Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini" (Fil 4,4-5); "Il regno di Dio... è giustizia, pace, e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17), E l’apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: "State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi" (1Ts 5,18)

"Il frutto dello Spirito è amore, gioia..." (Gal 5,22).

"Dio è amore" (1Gv 4,8).

Gli Atti degli apostoli descrivono così i primi cristiani: "Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo" (At 2,46-47).

Tra i primi testi cristiani, il Pastore di Erma ci regala questa stupenda pagina: "Caccia da te la tristezza perché è sorella del dubbio e dell’ira. Tu sei un uomo senza discernimento se non giungi a capire che la tristezza è la più malvagia di tutte le passioni e dannosissima ai servi di Dio: essa rovina l’uomo e caccia da lui lo Spirito Santo... Armati di gioia, che è sempre grata ed accetta a Dio, e deliziati in essa. L’uomo allegro fa il bene, pensa il bene ed evita più che può la tristezza. L’uomo triste, invece, opera sempre il male, prima di tutto perché contrista lo Spirito Santo, fonte all’uomo non di mestizia ma di gioia: in secondo luogo perché tralasciando di pregare e di lodare il Signore, commette una colpa... Purificati, dunque da questa nefanda tristezza e vivrai in Dio. E vivranno in Dio quanti allontanano la tristezza e si rivestono di ogni gioia" (Pastore di Erma. Decimo precetto).

San’Ignazio di Antiochia in viaggio verso Roma dove morì martire nel 107 d. C. scrive ai Romani: "È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in Lui... Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio... Potessi gioire delle bestie per me preparate e mi auguro che mi si avventino subito".

Il vescovo san Policarpo (+155) nell’affrontare il martirio "era pieno di coraggio e allegrezza e il suo volto splendeva di gioia" (Martirio di Policarpo. XII, 1).

I Padri del deserto e i dottori della Chiesa d’Oriente ponevano come ottavo vizio capitale la tristezza peccaminosa che è l’opposto della gioia cristiana. San Nilo l’Antico scriveva: "La dolcezza dello spirito nasce dalla gioia mentre la tristezza è come la bocca del leone che divora l’uomo malinconico" (Detti dei padri del deserto).

"La gioia piena non è carnale, ma spirituale" (s. Agostino)

La gioia di Dio nell’Antico Testamento L’AT è un preludio alla gioia cristiana. "Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio" (Is 61,10).

"Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra. Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri" (Dt 7,6-8).

"Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi, e non vi respingerò. Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo. Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta" (Lv 26,11-13).

 Dio ama il suo popolo "di un amore eterno" (Ger 31,3) di un amore "forte come la morte" (Ct 8,6), di un amore tenerissimo come quello di una madre per il suo bambino (Is 49,15) e come quello di un padre verso il proprio figlio primogenito (Es 4,22). Da questa alleanza e da questo rapporto d’amore scaturisce la gioia. "Esultino e gioiscano in te quanti ti cercano" (Sal 40,17). "Acclamate al Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza... Varcate le sue porte con inni di grazie, e i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome; poiché buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione" (Sal 100).

Dio stesso chiede al suo popolo di essere gioioso: "Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza" (Ne 8,10). Il pio Israelita sente di conseguenza l’enorme gioia che gli viene dal suo Signore e prova un’estatica allegrezza, frutto della gioia di sentirsi amato.

2 - Un secondo motivo della gioia d’Israele è la potenza del suo Dio: "Tu sei il Signore, il Dio d’ogni potere e d’ogni forza e non c’è altri fuori di te, che possa proteggere la stirpe d’Israele" (Gdt 9,14). Questa potenza si manifesta in tutta la storia del popolo eletto ed esso vi si abbandona, liberato da ogni paura e sicuro dell’aiuto divino. Perciò ne gioisce (Es 15; Sal 126).
La potenza di Dio creatore fa esultare di gioia le sue creature: "Mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani. Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri!" (Sal 92,5-6).  "Gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare e quanto racchiude; esultino i campi e quanto contengono, si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene" (Sal 96,11-13).  "Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le sue ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun dio straniero. Lo fece montare sulle alture della terra e lo nutrì con i prodotti della campagna; gli fece succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia; crema di mucca e latte di pecora insieme al grasso di agnelli, arieti di Basan e capri, fior di farina di frumento e sangue di uva, che bevvero spumeggiante" (Dt 32,10-14). Per questo motivo Israele deve avere la gioia che Dio esige come segno dell’amore corrisposto; altrimenti Dio metterà il suo popolo alla prova: "Poiché non avrai servito il Signore tuo Dio con gioia e di buon cuore in mezzo all’abbondanza di ogni cosa, servirai i tuoi nemici che il Signore manderà contro di te, in mezzo alla fame, alla sete, alla nudità e alla mancanza di ogni cosa" (Dt 28,47-48). La potenza di Dio è anche una potenza che salva dalla schiavitù d’Egitto e in tutti i momenti della storia successiva. L’amore salvante diviene un nuovo incitamento a gioire: "Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore" (Ab 3,18). Una salvezza che non solo afferra la storia, ma il cuore dell’uomo. Dio trasforma il loro cuore di pietra in un cuore di carne (Ez 36,26) e così una nuova gioia nascerà in loro: "Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento" (Sal 4,8). Infine la potenza di Dio è una potenza che perdona con innamorata longanimità: "Egli perdona tutte le tue colpe... Non ci tratta secondo i nostri peccati... Come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di chi lo teme. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere" (Sal 103,3-14). E la commozione di questa misericordia che perdona è nuovo motivo di gioia per Israele: "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato... Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve. Fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato... Rendimi la gioia di essere salvato" (Sal 51,1-14).

3 - Un terzo motivo di gioia per Israele è la presenza di Dio nel tempio e la sua legge. Dio stesso dice a Isaia: "Si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, e del suo popolo un gaudio" (Is 65,18). Gerusalemme infatti "è la gioia di tutta la terra" (Sal 48,3), è la città dell’arca dell’alleanza e del tempio, casa dell’Eterno, santa dimora di Dio che fa trasalire di gioia quanti la amano: "Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto. Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno. Poiché così dice il Signore: "Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca" (Is 66,10-14). Per gli ebrei non ci sarà più gioia senza Gerusalemme. E la tristezza della lontananza da essa è espressa meravigliosamente nel salmo 137. Insieme con la gioia della città santa di Dio, scaturisce la gioia delle feste che in essa si celebrano (Sal 100). La festività religiosa che mette il popolo eletto in comunicazione particolare col suo Dio, sarà sempre tripudio di gioia: "Gioirai davanti al Signore tuo Dio tu, tuo figlio, tua figlia, il levita che sarà nelle tue città e l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te" (Dt 16,11). Israele canta la sua gioia per la legge del Signore: "Beato l’uomo... che si compiace della legge del Signore e la sua legge medita giorno e notte" (Sal 1,2). Il salmo 119 è un grandioso elogio della legge divina: "Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene" (v. 14); "Mia eredità per sempre i tuoi comandamenti, sono essi la gioia del mio cuore" (v. 111); "Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova un grande tesoro" (v. 162); "Desidero la tua salvezza, Signore, e la tua legge è tutta la mia gioia" (v. 174). Abbiamo accennati alcuni temi della gioia di Dio nell’AT. Giustamente il salmista parla del "Dio della mia gioia e del mio giubilo" (Sal 43,4) e canta: "Con voci di gioia ti loderà la mia bocca... Esulto di gioia all’ombra delle tue ali" (Sal 63,6-8). Veramente davanti al volto di questo Dio il nostro gaudio deve risuonare costantemente: "Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua gloria" (Sal 89,16-17). È il Signore che ci indica la via della gioia piena e della dolcezza senza fine: "Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra" (Sal 16,11). Il timorato amante di Dio esorta tutti a lanciare grida di gioia all’Eterno: "Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia. Cantate inni al Signore con l’arpa, con l’arpa e con suono del corno acclamate davanti al re, il Signore. Frema il mare e quanto racchiude, il mondo e i suoi abitanti. I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne davanti al Signore che viene" (Sal 98,4-9).

il testo base 
“La vostra tristezza si cambierà in gioia” A cura di Jessica Bagalà*

http://fuci.net/phocadownload/la_vostra_tristezza_si_cambier_in_gioia.pdf


domenica 6 ottobre 2019

6 Ottobre 2019..... E Abbà disse

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Un padre del deserto di Scete, benché fosse uomo di grande preghiera, temeva molto la morte. Un giorno chiese consiglio ad un anziano, il quale gli disse:
— C'è molta differenza fra la tomba e la latrina?
No. Quando bisogna andarci, bisogna andarci.


Disse ancora l'Abate Iperichio:
è bene mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare le carni dei propri fratelli denigrandoli.


L'Abate Anastasio aveva un libro scritto su pergamena finissima, che valeva diciotto soldi,e in esso aveva sia il Vecchio che il Nuovo Testamento in versione integrale.
Una volta un fratello venne a trovarlo e vedendo il libro se ne andò con esso. Così il giorno in cui l'Abate Anastasio andò per leggere il proprio libro e trovò che non c'era più, capì che il fratello l'aveva preso. Ma non gli mandò dietro nessuno, per chiederne notizia, per timore che il fratello potesse aggiungere una bugia al furto. Poi il fratello scese nella città più vicina per vendere il libro. E il prezzo che chiese fu di sedici soldi. Il compratore disse: Dammi il libro, affinché possa scoprire se vale tanto. Con ciò, il compratore portò il libro da vedere a sant'Anastasio e disse: Padre, dà un'occhiata a questo libro, per favore, e dimmi se pensi che dovrei comprarlo per sedici soldi. Vale dunque così tanto? L'Abate Anastasio disse: Si, è un bel libro, vale tutto quel prezzo. Così il compratore ritornò dal fratello e disse: Ecco il tuo denaro. Ho mostrato il libro all'Abate Anastasio che ha detto che è bello e che vale almeno sedici soldi. Ma il fratello disse: E’ tutto ciò che ha detto? Ha fatto altre osservazioni? No, disse il compratore, non ha detto altro. Beh! disse il fratello, ho cambiato idea, e dopo tutto non voglio vendere questo libro. Allora andò di corsa dall'Abate Anastasio e lo supplicò in lacrime di riprendersi il libro. Ma l'Abate non volle accettarlo, dicendo: Va' in pace, fratello, te ne faccio dono. Ma il fratello disse: Se non lo riprenderai, non avrò mai più pace. Dopo quell'episodio il fratello abitò con l'Abate Anastasio per il resto della sua vita.

L'Abate Ammone disse di aver passato quattordici anni a Sceta pregando Dio giorno e notte di dargli la forza di vincere la collera.


Il male non e' nella natura umana ....perche' Dio non ha fatto nulla di cattivo....se qualcuno lo e', questo e' cio' che la sua volonta', ha voluto che fosse. (Diadoco di Fotica)


Quando Dio vedrà che ti affidi a Lui più che a te stesso, allora una forza a te sconosciuta verrà ad abitare in te.
(Isacco di Ninive)



Un giorno un giovane monaco disse ad un padre del deserto:
"Abba, dimmi qual è l'opera più difficile del monaco"
L'Abba rispose: "Dimmi tu quale pensi che sia";
Il giovane monaco disse: "Forse é la vita comune", ma l'Abba rispose: "No, no figliolo, prima o poi gli uomini, per cattivi che siano, a forza di stare insieme si vogliono bene".
L'altro riprese: "Ma allora qual è? La castità?",
" No figliolo, tu senti la castità come un problema grosso perché hai vent'anni, ma aspetta ancora qualche anno e tutto declinerà, tutto si acquieterà".
"Ma allora che cos'è padre l'opera più difficile del monaco?
Forse la teologia, studiare di Dio, parlare di Dio?".
L'Abba gli disse: "No figliolo, guardati intorno: quanti ecclesiastici parlano di Dio dalla mattina alla sera! Sei mai stato nelle chiese? Tutti discutono su Dio! No, no –continuò l'anziano–, è tanto facile parlare su Dio: molta gente di chiesa se non avesse quello da fare non saprebbe come passare la giornata".
"A questo punto dimmelo tu, Abba, qual è l'opera più difficile del monaco".
"E' pregare. Pregare dando del tu a Dio".
E aggiunse:
"ricordati che un uomo, tre giorni dopo morto, di fronte alla presenza di Dio prova ancora difficoltà a guardarlo in faccia, a dirgli Padre e a dargli del tu.
Questa è l'opera più difficile".

Abba Nilo disse:《 Non desiderare che ti avvenga come a te sembra bene, ma come a Dio piace, e sarai libero da turbamento e colmo di gratitudine nella tua preghiera》.
Nel deserto di Scete capitò che piovve per tre giorni, cosa inaudita. Un giovane fratello, preoccupato, chiese a un anziano:
— Abba, e se fosse un nuovo diluvio?
— Impossibile — rispose l'anziano — poiché l'inutilità del primo diluvio impedisce a Dio di mandarne un altro.

Non dire mai che Dio è giusto.
Se fosse giusto, saresti all'inferno.
Affidati solo alla sua ingiustizia che è misericordia, amore e perdono.
Sant'Isacco il siriano


giovedì 19 settembre 2019

Staretz Philothée [Zervakos]. La véritable humilité

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Le Diable a partout ses pièges. 
Il attrape les gens, 
et le seul moyen d'éviter ces pièges
 est l'humilité. 

L'humilité intérieure, pas extérieure, 
la véritable pas la fausse modestie, 
celle qui est réelle,
et non pas feinte. 

L'humilité intérieure, 
réelle et véritable, 
c'est quand les gens ressentent, 
au plus profond de leur cœur, 
les dons et les talents 
qu'ils ont reçus de Dieu. 

C'est la prise de conscience 
que tout ce que nous avons
 - l'existence, la vie, la santé,
 la richesse et la sagesse - 
nous sont toutes étrangères 
et ce sont des dons de Dieu.







sabato 7 settembre 2019

8 SETTEMBRE NATIVITÀ DELLA SS. MADRE DI DIO E S EMPRE VERGINE MARIA dal PROTOEVANGELO DI GIACOMO


DAL  PROTOEVANGELO DI GIACOMO 

[1, 1] Secondo le storie delle dodici tribù di Israele c'era un certo Gioacchino, uomo estremamente ricco. Le sue offerte le faceva doppie, dicendo: "Quanto per me è superfluo, sarà per tutto il popolo, e quanto è dovuto per la remissione dei miei peccati, sarà per il Signore, quale espiazione in mio favore". [2] Giunse il gran giorno del Signore e i figli di Israele offrivano le loro offerte. Davanti a lui si presentò Ruben, affermando: "Non tocca a te offrire per primo le tue offerte, poiché in Israele non hai avuto alcuna discendenza". [3] Gioacchino ne restò fortemente rattristato e andò ai registri delle dodici tribù del popolo, dicendo: "Voglio consultare i registri delle dodici tribù di Israele per vedere se sono io solo che non ho avuto posterità in Israele". Cercò, e trovò che, in Israele, tutti i giusti avevano avuto posterità. Si ricordò allora del patriarca Abramo al quale, nell'ultimo suo giorno, Dio aveva dato un figlio, Isacco.
[4] Gioacchino ne restò assai rattristato e non si fece più vedere da sua moglie. Si ritirò nel deserto, vi piantò la tenda e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, dicendo tra s‚: "Non scenderò n‚ per cibo, n‚ per bevanda, fino a quando il Signore non mi abbia visitato: la mia preghiera sarà per me cibo e bevanda

[2, 1] Ma sua moglie innalzava due lamentazioni e si sfogava in due pianti, dicendo: "Piangerò la mia vedovanza e piangerò la mia sterilità". [2] Venne il gran giorno del Signore, e Giuditta, sua serva le disse: "Fino a quando avvilisci tu l'anima tua; Ecco, è giunto il gran giorno del Signore e non ti è lecito essere in cordoglio. Prendi invece questa fascia per il capo che mi ha dato la signora del lavoro: a me non è lecito cingerla perché io sono serva e perché ha un'impronta regale". [3] Ma Anna rispose: "Allontanati da me. Io non faccio queste cose. Dio mi ha umiliata molto. Forse è un tristo che te l'ha data, e tu sei venuta a farmi partecipare al tuo peccato". Replicò Giuditta: "Quale imprecazione potrò mai mandarti affinché il Signore che ha chiuso il tuo ventre, non ti dia frutto in Israele?". Anna si afflisse molto. [4] Si spogliò delle sue vesti di lutto, si lavò il capo, indossò le sue vesti di sposa e verso l'ora nona scese a passeggiare in giardino. Vedendo un alloro, si sedette ai suoi piedi e supplicò il Padrone, dicendo: "O Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara, dandole un figlio, Isacco".

[3, 1] Guardando fisso verso il cielo, vide, nell'alloro, un nido di passeri, e compose in se stessa una lamentazione, dicendo: "Ahimè! chi mi ha generato? qual ventre mi ha partorito? Sono infatti diventata una maledizione davanti ai figli di Israele, sono stata insultata e mi hanno scacciata con scherno dal tempio del Signore. [2] Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono fecondi dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio alle bestie della terra, poiché anche le bestie della terra sono feconde dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? [3] Non somiglio a queste acque, poiché anche queste acque sono feconde dinanzi a te, o Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio certo a questa terra, poiché anche questa terra porta i suoi frutti secondo le stagioni e ti benedice, o Signore".

[4, 1] Ecco, un angelo del Signore le apparve, dicendole: "Anna, Anna! Il Signore ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai. Si parlerà in tutta la terra della tua discendenza". Anna rispose: "(Com'è vero che) il Signore, mio Dio, vive, se io partorirò, si tratti di maschio o di femmina, l'offrirò in voto al Signore mio Dio, e lo servirà per tutti i giorni della sua vita". [2] Ed ecco che vennero due angeli per dirle: "Tuo marito Gioacchino sta tornando con i suoi armenti". Un angelo del Signore era infatti disceso da lui per dirgli: "Gioacchino, Gioacchino! Il Signore ha esaudito la tua insistente preghiera. Scendi di qui.
Ecco, infatti, che Anna, tua moglie, concepirà nel suo ventre". [3] Gioacchino scese, e mandò a chiamare i suoi pastori, dicendo: "Portatemi qui dieci agnelli senza macchia e senza difetto: saranno per il Signore, mio Dio. Portatemi anche dodici vitelli teneri: saranno per i sacerdoti e per il consiglio degli anziani; e anche cento capretti per tutto il popolo". [4] Ed ecco che Gioacchino giunse con i suoi armenti. Anna se ne stava sulla porta, e vedendo venire Gioacchino, gli corse incontro e gli si appese al collo, esclamando: "Ora so che il Signore Iddio mi ha benedetta molto. Ecco, infatti, la vedova non più vedova, e la sterile concepirà nel ventre". Il primo giorno Gioacchino si riposò in casa sua.

[5, 1] Il giorno seguente presentò le sue offerte, dicendo tra s‚: "Se il Signore Iddio mi è propizio, me lo indicherà la lamina del sacerdote". Nel presentare le sue offerte, Gioacchino guardò la lamina del sacerdote. Quando questi salì sull'altare del Signore, Gioacchino non scorse in s‚ peccato alcuno, ed esclamò: "Ora so che il Signore mi è propizio e mi ha rimesso tutti i peccati". Scese dunque dal tempio del Signore giustificato, e tornò a casa sua. [2] Si compirono intanto i mesi di lei. Nel nono mese Anna partorì e domandò alla levatrice: "Che cosa ho partorito?". Questa rispose: "Una bambina". "In questo giorno", disse Anna, "è stata magnificata l'anima mia", e pose la bambina a giacere. Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria.


Un primo commento alla Festa 


La prima grande festa dell'anno liturgico ,che inizia il 1° settembre, è la nascita della Santissima Madre di Dio, l'8 settembre. Sorta dapprima a Gerusalemme, questa celebrazione si ricollega alla dedicazione di una chiesa, nel luogo tradizionalmente indicato come la casa di Anna e Gioacchino; dal VI secolo venne festeggiata anche a Costantinopoli e più tardi a Roma. Alcuni dati dell'avvenimento, quali li troviamo nei testi liturgici, sono ripresi dal Protoevangelo di Giacomo: i nomi dei genitori, giusti e pii, la loro tristezza di non aver figli, il prodigioso annuncio dell'angelo circa una loro figlia dal destino eccezionale. La nascita della fanciulla Maria, futura Madre di Dio, è vista come l'inizio del piano della redenzione; da ciò la sua importanza e il tono gioioso che la caratterizza.
Dalla radice di Jesse e dalla stirpe di Davide è generata oggi per noi Maria, la divina bambina. Perciò tutta la creazione si rallegra e si rinnova, cielo e terra gioiscono insieme. Lodatela, tribù dei popoli. Gioacchino esulta e Anna si rallegra, esclamando: la sterile partorisce la Madre di Dio, la nutrice della nostra vita.
Oggi la Vergine e Madre di Dio, la camera nuziale del celeste Sposo, viene generata dalla sterile, conformemente al volere divino, per esser Madre  del Verbo di Dio. A questo fu infatti chiamata colei che è la porta santa e la madre della vera vita.




sabato 17 agosto 2019

ammonimento” del re Stefano (István) di Ungheria (1000-1038) a suo figlio, Emmerich (Imre)

Risultati immagini per icone di Santo Stefano d'Ungheria
Quando arrivano coloni da diversi paesi e province, essi portano con sé anche diverse lingue e costumi, svariate cose ricche di insegnamento e armi, che adornano e abbelliscono la corte reale, ma spaventano anche le potenze straniere. Una terra, in cui vi sia una sola lingua e un solo costume, è debole e fragile. Perciò, figlio mio, ti assegno il compito di andare loro incontro e di trattarli in maniera appropriata, affinché restino più volentieri presso di te che altrove.“ (Corpus iuris Hungarici 1000–1526, S. Stephani I. Cap. 6).

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lunedì 24 giugno 2019

San Leone Magno sul digiuno per i santi Apostoli Pietro e Paolo

leoweb

https://iconesacremirabile.wordpress.com/2017/02/25/san-leone-idetto-magno-10-novembre/

Il seguente testo è tradotto dal sermone 78 recitato nel giorno di Pentecoste dal papa san Leone il Grande (+461).


Diletti figli, la festa di oggi, permessa dalla Discesa dello Spirito Santo, è seguita, come ben sapete, da un digiuno, una istituzione salutare per il corpo e per lo spirito, la quale va seguita con devota osservanza. Poiché noi fermamente crediamo che gli Apostoli furono ricolmati della grazia del Paraclito e questi ultimi ci insegnano che il digiuno è necessario perché ci fortifichi e purifichi le menti, così da rivere anche noi il crisma dello Spirito. I discepoli del Signore erano difesi dalla Divinità e così i primi pastori della Chiesa, i quali ci hanno insegnato queste tradizioni e i loro esempi. I nostri maestri hanno iniziato i rudimenti della vita cristiana con i santi digiuni, dovendo combattere contro avversari spirituali, e contro la malvagità spirituale potevano vestirsi solamente dell'armatura dell'astinenza, così da uccidere ogni vizio sul nascere. I nemici invisibili non avranno potere su di noi se noi non saremo invischiati nella concupiscenza della carne. Difatti la Provvidenza permette sempre al demonio di attaccarci, onde non farci cadere nella superbia di una vittoria troppo facile.


Ecco perché, dopo i giorni della santa letizia, dedicati alla Resurrezione del Signore dai morti e alla sua Assunzione al Cielo, dopo aver ricevuto il dono dello Spirito Santo, il digiuno ci viene domandato come atto salutare e come pratica benedetta affinché, qualora fossimo caduti in qualche brutta abitudine in questi giorni di gioia, possiamo ritornare sui nostri passi. Per essere trasformati nel Tempio dello Spirito Santo e venire inondati della Energia Divina non possiamo lasciarci andare ad alcuna concupiscenza né essere posseduti dal vizio, altrimenti, inquinato, il potere divino ci abbandonerà.

E' infatti impossibile ottenere la guida e l'aiuto di Dio senza la purificazione del digiuno e la liberazione misericordiosa dai nostri vizi. Prendiamoci cura di noi, liberiamoci dai nostri peccati, diventiamo ricchi d'amore. Tutto ciò che sarà speso nel curare gli ammalati, aiutare i poveri, riscattare i prigionieri e qualsiasi altra azione di pietà non andrà mai persa dallo sguardo di Dio, e sull'uomo giusto calerà la Sua ricompensa. Difatti "beati sono i misericordiosi e Dio avrà pietà di loro" dice il Vangelo. Non lesiniamo di digiunare mercoledì e venerdì, e il sabato vegliamo dinnanzi al beato apostolo Pietro [1] per mezzo delle cui preghiere confidiamo d'esser liberati dai nostri nemici spirituali e anche da quelli del corpo: per il Signore nostro Gesù Cristo, che col Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli.

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NOTE

1) Il santo vescovo Leone allude alla pratica tipica dei cittadini romani di passare le notti in veglia dinnanzi alla tomba del santo apostolo Pietro, in Vaticano. 

Tratto daSermone di Leone Magno per il digiuno degli Apostoli, dal blog Mystagogy (in inglese).  

IN ITALIANO  sta in