venerdì 8 settembre 2017

i Santi Gioacchino ed Anna genitori della Theotókos nella meditazione dei Padri della Chiesa




Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno,
(Disc. 6, per la Natività della B. V. Maria 2. 4. 5. 6; PG 96, 663. 667.670)



  Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1, 17). O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi è debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore. Rallègrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54, 1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia è nato per noi un bimbo, ci è stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9, 6). Questo bambino è Dio. O Giacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7, 16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo. O Giachino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi. O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97, 4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

domenica 3 settembre 2017

XIII Domenica Dopo Pentecoste -I Padri : Dalla Lettera a Diogneto al capitolo 7


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il Creatore dell`universo e Dio invisibile, egli stesso fece scendere dal cielo tra gli uomini, la sua Verità, la sua Parola santa e incomprensibile, e la stabilí nei loro cuori. E lo fece non mandando -come si poteva pensare - qualche suo servo, o angelo, o principe preposto al governo sulla terra, o all`amministrazione in cielo, ma mandando lo stesso Artefice e Fattore di tutte le cose, per cui creò i cieli e chiuse il mare nelle sue sponde e le cui leggi misteriose sono fedelmente custodite da tutti gli elementi. Da lui, infatti, ebbe il sole la misura del suo corso quotidiano, a lui obbediscono la luna -quando splende nella notte - e le stelle - quando le fanno corteo nel suo viaggio, - da lui tutto fu stabilito, disposto, ordinato: il cielo e gli esseri celesti, la terra e le creature terrestri, il mare e gli animali marini, il fuoco, l`aria, l`abisso, quello che sta in alto, quello che è nel profondo e quello che sta nel mezzo (cf.1Cor 15,27-28;Ef 1,22;Fil 3,21;Eb 2,8)   Costui Iddio mandò!

Qualcuno potrebbe pensare: lo inviò per tiranneggiare o spaventare o colpire gli uomini. No
davvero! Lo inviò con mitezza e con bontà come un re manda suo figlio (cf.Mt 21,37); lo inviò come Dio e come uomo fra gli uomini; e fece questo per salvare, per persuadere, non per violentare; a Dio  non si addice  la violenza! Lo inviò per chiamare, non per castigare, lo inviò per amare, non per giudicare. 

Lo invierà, sí, un giorno, a giudicare: e chi potrà allora sostenere la sua presenza? (cf.Ml 3,2).


martedì 29 agosto 2017

Il martirio del Precursore Giovanni Battista Dalle «Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote

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Dalle «Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote
(Om. 23; CCL 122, 354. 356. 357)

Il beato precursore della nascita del Signore, della sua predicazione e della sua morte, dimostrò una forza degna degli sguardi celesti nel suo combattimento. Anche se agli occhi degli uomini ebbe a subire tormenti, la sua speranza è piena di immortalità, come dice la Scrittura (cfr. Sap 3, 4). E' ben giusto che noi ricordiamo con solenne celebrazione il suo giorno natalizio. Egli lo rese memorabile con la sua passione e lo imporporò del suo sangue. E' cosa santa venerarne la memoria e celebrarla in gioia di spirito. Egli confermò con il martirio la testimonianza che aveva dato per il Signore.
San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.
Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza della catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell'oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.
Perciò ben dice l'Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).


 

 BEDA il VENERABILE, miniatura del XII sec..

per la vita,le opere e le riflessione di San Beda il Venerabile  vedasi il seguente link del Monastero di Bose

 http://www.monasterodibose.it/preghiera/martirologio/955-maggio/2182-25-maggio

ed anche
http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090218.html

 http://www.forum-orthodoxe.com/~forum/viewtopic.php?f=5&t=664

saints pour le 25 mai du calendrier ecclésiastique

Saint BEDE le Vénérable, hiéromoine, premier historien de l'Angleterre (735). (Office composé en français par le père Denis Guillaume et publié au tome XIV du Supplément aux Ménées.)


sabato 26 agosto 2017

Santo Ireneo di Lione -l'episodio evangelico del Giovane Ricco



La legge aveva insegnato agli uomini la necessità di seguire Cristo. Lo mostrò chiaramente Cristo stesso al giovane che gli chiese cosa avrebbe dovuto fare per ereditare la vita eterna. Gli rispose infatti: "Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti". Quegli chiese: "Quali?", e il Signore soggiunse: "Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza; onora il padre e la madre, e ama il prossimo tuo come te stesso" (Mt 19,17ss). Proponeva così a tutti coloro che volevano seguirlo i comandamenti della legge come gradini di entrata alla vita: quello che diceva a uno, lo diceva a tutti. Il giovane rispose: "Ho fatto tutto ciò" - e forse non lo aveva fatto, che altrimenti non gli sarebbe stato detto: osserva i comandamenti -; allora il Signore, rinfacciandogli la sua cupidigia, gli disse: "Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto ciò che hai, dividilo tra i poveri, poi vieni e seguimi" . Con queste parole prometteva l’eredità degli apostoli a chi avesse fatto così, non annunciava certo a coloro che lo avessero seguito un altro padre, diverso da quello che era stato annunciato fin dall’inizio della legge, e neppure un altro figlio; ma insegnava a osservare i comandamenti imposti da Dio all’inizio, a liberarsi dall’antica cupidigia con le buone opere e a seguire Cristo. Che poi la distribuzione dei propri beni ai poveri liberi davvero dalla cupidigia, lo ha mostrato Zaccheo dicendo: "Ecco, do la metà dei miei beni ai poveri; se poi ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo" (Lc 19,8).

       Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 12, 5

lunedì 21 agosto 2017

I cristiani recano incise nel loro cuore le leggi di Dio e le osservano nella speranza del secolo futuro. -Dall'Apologia di Sant'Aristide all'Imperatore Adriano



















“I cristiani recano incise nel loro cuore le leggi di Dio e le osservano nella speranza del secolo futuro. Per questo non commettono adulterio, né fornicazione; non recano falsa testimonianza; non s’impossessano dei depositi che hanno ricevuto; non bramano ciò che ad essi non spetta; onorano il padre e la madre, fanno del bene al prossimo; e, allorché sono giudici, giudicano giustamente. Non adorano idoli di forma umana; tutto ciò che non vogliono che gli altri facciano a loro, essi non lo fanno a nessuno. … Le loro figlie sono pure e vergini e fuggono la prostituzione; gli uomini si astengono da ogni unione illecita e da ogni impurità; egualmente le loro donne sono caste (…) Soccorrono coloro che li offendono, rendendoseli amici; fanno del bene ai nemici (…) Sono dolci, buoni, pudichi, sinceri, si amano fra loro; non disprezzano la vedova; salvano l’orfano; colui che possiede dà, senza mormorare, a colui che non possiede. Allorché vedono dei forestieri, li fanno entrare in casa e ne gioiscono, riconoscendo in essi dei veri fratelli (…). Quando un povero muore, se lo sanno, contribuiscono secondo i loro mezzi ai suoi funerali; se vengono a sapere che alcuni sono perseguitati o messi in prigione o condannati per il nome di Cristo, mettono in comune le loro elemosine e ad essi inviano ciò di cui hanno bisogno, e se lo possono, li liberano; se c’è uno schiavo o un povero da soccorrere, digiunano due o tre giorni, e il nutrimento che avevano preparato per sé glielo inviano, stimando che anche lui debba godere, essendo stato come loro chiamato alla gioia”.…Queste sono, o imperatore, le loro leggi. I beni che devono ricevere da Dio, glieli domandano, e così attraversano questo mondo fino alla fine dei tempi: poiché Dio ha assoggettato tutto ad essi. Sono dunque riconoscenti verso di lui, perché per loro è stato fatto l'universo intero e la creazione. Di certo questa gente ha trovato la verità.


 Vissuto ad Atene intorno al 140, Aristide Marciano era un filosofo, molto ammirato per la sua eloquenza, convertitosi al cristianesimo dopo aver letto le Sacre Scritture, come hanno riferito Eusebio da Cesarea e san Girolamo.
Pochi anni dopo san Quadrato, anche Aristide indirizzò un’Apologia
– la più antica a noi pervenuta e l’unica opera di Aristide conosciuta – all’imperatore Adriano, come si evince dalla prima traduzione siriana, da un testo armeno, dallo stile arcaico e da alcuni accenni storici che collocano l’opera al tempo di Adriano, quindi non oltre il 138, anno in cui divenne imperatore Antonino Pio.
Il ritrovamento della versione originale dell’Apologia è alquanto fortunoso: nel 1889 l’americano Rendell Harris rinvenne nella biblioteca del monastero di santa Caterina del Sinai un codice siriaco contenente la traduzione dell’Apologia. In base a questo documento, Armitage Robinson individuò il testo greco inserito, con pochi adattamenti, nel romanzo greco di ispirazione monacale Barlaam e Ioasaph (o Barlaam e Josaphat), attribuito a san Giovanni Damasceno e che influì considerevolmente sulla letteratura medioevale. Infine, nel 1922 e nel 1923 furono scoperti dei frammenti greci su papiri, notevoli per la conoscenza del testo primitivo dell’opera (1).
Nell’Apologia, Aristide dà prova di profonda conoscenza delle dottrine filosofiche nel replicare alle ingiuste accuse dei pagani trattando le differenze tra il cristianesimo e le religioni dei barbari, dei greci e dei giudei e sostenendo che i cristiani avrebbero contribuito, con la loro fede e il loro esempio, alla coesione dello Stato e alla concordia tra i cittadini. Secondo Aristide, i barbari adorano gli elementi di cui si compone la natura visibile (cielo, terra, acqua, fuoco, uomo) e, quindi, si rivolgono alle opere di Dio e non a Dio stesso. I greci attribuiscono agli dèi comportamenti simili a quelli degli uomini, con le loro debolezze e le loro colpe. I giudei adorano il vero Dio, ma il loro culto apprezza molto più l’esteriorità che la spiritualità. Soltanto il cristianesimo afferma l’idea e l’esistenza di Dio tramite la vita pura e l’armonia con il prossimo: i cristiani pregano per gli amici e i nemici, professano la carità verso chiunque, assistono i viandanti e i condannati per il nome di Cristo, si prodigano per la conversione dei pagani, la santità della vita domestica e la purezza dei costumi, aspettano con gioia la seconda venuta di Cristo che, secondo i meriti, premierà i buoni e punirà i cattivi…



 http://www.larici.it/culturadellest/icone/contributi/apologisti/aristide/index.html

Preghiera per la moglie del sacerdote nel giorno dell'ordinazione del marito



Preghiera per la moglie del sacerdote nel giorno dell'ordinazione del marito

Questa preghiera proviene dal Chinovnik slavo in uso presso la Chiesa Ortodossa Ucraina in America sotto Costantinopoli, e si recita in occasione dell'ordinazione del marito sacerdote sulla moglie del sacerdote, per mano del vescovo.
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Il vescovo lascia avvicinare la moglie del neo ordinato sacerdote presso l'iconostasi, le chiede di inginocchiarsi o abbassare la testa, e ponendo la mano destra sulla nuca della donna, dice tre volte segnandole la testa:
V. nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 
Dopodiché, imponendo entrambe le mani sulla donna, recita ad alta voce la preghiera che segue.
V. Preghiamo il Signore.
Coro: Kyrie eleison.  
V. Signore Dio nostro, Tu che alla creazione dell'Uomo hai detto "non è bene che l'uomo sia solo, e gli farò un aiuto simile", noi ti preghiamo adesso per il sostegno che tu hai dato a questo tuo nuovo sacerdote (nome del prete), la serva tua (nome della presbitera), come moglie e aiuto nella sua vita: guardala e proteggila con la tua grazia, affinché sia resa forte per portare il peso della croce del marito suo, e dalle la perfetta sapienza affinché possa consigliare suo marito e il popolo che affiderai loro. Dalle sempre letizia e desiderio di Te, affinché ti glorifichi sempre e in ogni cosa. Perché sei tu la fonte di ogni santificazione, e a te rendiamo gloria, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre nei secoli dei secoli.
Coro. Amen. 


sta  in

http://luceortodossamarcomannino.blogspot.it/2017/08/preghiera-per-la-moglie-del-sacerdote.html

venerdì 18 agosto 2017

Poiché sovente sotto apparenze di agnello si dissimula livore di lupo.Sant'Ilarlo di Poitiers * Commentaire sur S. Matthieu, 6, 4-5: PL 9, 952-953.



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Guardatevi dai falsi profeti dice Gesù, questi vengono a voi travestiti da pecore, ma dentro son lupi rapaci (Mt, 7, 15). Il Signore ci avverte che le parole adulatrici e le dolci moine debbono venir giudicate dai frutti ch'esse producono. Dobbiamo perciò giudicare ognuno non quale si presenta a parole, ma quale è realmente nei suoi atti. Poiché sovente sotto apparenze di agnello si dissimula livore di lupo. E così come i pruni non danno uva e i rovi non producono fichi. come gli alberi cattivi non portano buoni frutti (cf. Mt. 7, 16), ci dice Gesù, non è certo nelle belle parole che consiste la realtà delle opere buone, ma tutti devono venir giudicati dai propri frutti.
 

No, un servizio che si limitasse a belle parole non è sufficiente ad ottenere il Regno dei cieli, e non è certo colui che dice:. Signore, Signore (Mt. 7,21), che sarà l'erede. Infatti, qual merito si ha nel dire: «Signore» al Signore? Cesserebbe egli forse d'essere il Signore se non lo chiamassimo così? Su che si appoggerebbe una santità che si limitasse all'invocazione di un nome, dato che la strada del Regno dei cieli si trova nell'obbedienza alla volontà di Dio, più che nel pronunciare il suo nome?
 

Molti mi diranno in quel giorno: Signore! Signore! Non abbiamo noi profetato nel tuo nome? (Mt, 7, 22). Una volta ancora Gesù condanna l'arroganza dei falsi profeti e le simulazioni degli ipocriti che si procurano gloria con la potenza della parola. Allorché impartiscono un insegnamento profetico, scacciano i demoni o compiono azioni analoghe, si illudono che sia questo a procurare loro il Regno dei cieli, come se qualcosa appartenesse loro personalmente in tali parole e in tali opere! No, è la potenza di Dio, da essi invocata, che opera tutto. In realtà, solo mediante la lettura dei libri sacri si acquisisce la scienza della dottrina e solo nel nome di Cristo son messi in fuga i demoni.
 

Bisogna perciò aggiungere qualcosa di nostro, se vogliamo arrivare alla beatitudine eterna. Dar qualcosa del nostro io più intimo: volere il bene, evitare il male e obbedire senza esitazione ai precetti divini. Questa disposizione spirituale ci farà riconoscer da Dio come suoi. Inoltre, conformiamo i nostri atti alla sua volontà, invece di farci grandi con la sua potenza. Poiché egli escluderà e respingerà coloro che si sono allontanati da lui con l'iniquità delle loro opere.
 *  Commentaire sur S. Matthieu, 6, 4-5: PL 9, 952-953.