martedì 6 settembre 2022

Libro del Qoelet o Ecclesiaste -La Torah del Tutto è Vanità- e del Tutto è recuperabile alla Gioia




Qoelet/ Ecclesiaste 11,8


8 Anche se vive l'uomo per molti anni

se li goda tutti,

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:

tutto ciò che accade è vanità.


Qohelet: un credente con degli interrogativi

Qohelet, forse più conosciuto con il nome di Ecclesiaste, si presenta come una raccolta scritta di varie considerazioni formulate da un filosofo, un saggio o un pensatore.

Tali riflessioni, inoltre, sono incorniciate da un’introduzione e una conclusione probabilmente attribuibili ad un editore successivo. Non si tratta di riflessioni sparse,bensì di pensieri connessi tra loro, tutti relativi alla realtà umana e al senso dell’esistenza che, partendo da un incipit pessimista sulla realtà immanente (Ec. 1:14), si sviluppano e concludono indirizzando l’attenzione del lettore sia verso una prospettiva etica (Ec. 11:1-6) sia verso un piano trascendente (Ec. 12:1). Tale sviluppo è evidente anche nell’introduzione e nella conclusione; in queste due sezioni troviamo, da un lato la nota espressione «vanità delle vanità […] tutto è vanità» (Ec. 1:2; 12:8) e, dall’altro lato, una forte enfasi sull’importanza per l’individuo di istaurare e coltivare una relazione con Dio (Ec. 12:13, 14). Una peculiarità di questo pensatore, infatti, è la sua fede. Si potrebbe dire che Qohelet è «un credente che pensa, che si interroga sul senso delle cose e come rapportarle alla sua fede in Dio»1 e, così facendo, invita a tale riflessione anche ciascuno dei suoi lettori. Nello studio della storia della filosofia raramente si pensa al medio oriente antico  e ancora più raramente al popolo d’Israele. I primi nomi che ci vengono alla mente sono  forse Talete, Anassimene, Anassimandro, Eraclito, Democrito o, ancora più noti, Socrate, Platone e Aristotele; tutti nomi legati alla filosofia greca. Tuttavia, Qohelet ci mostra che anche in Israele, probabilmente in epoca precedente, vi fu un interesse per la riflessione,  il pensiero, la conoscenza, in altre parole, per la filosofia. Tra le pagine di questo libro, infatti, è possibile trovare alcuni temi e alcuni concetti che saranno riproposti nel corso  dei secoli da varie correnti filosofiche: il panta rei di Democrito, alcuni elementi comuni all’Epicureismo, allo Stoicismo o allo Scetticismo sul valore della felicità e dei piaceri, il senso della vita e il valore della conoscenza, la concezione della vita umana di  Schopenhauer rappresentata dall’immagine del pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia passando per un momento fugace di gioia, o ancora il desiderio di possesso  di Faust, e l’idea dell’eterno ritorno proposta anche da Nietzsche2

Il campo di investigazione del nostro pensatore ebreo è molto ampio. Qohelet,  infatti, si interroga sul senso della realtà tutta, concentrandosi in particolar modo  sull’essere umano che prende parte a tale realtà, la sperimenta, la vive, si affatica in e per  essa e che, allo stesso tempo, sembra essere inesorabilmente destinato a distaccarsene. Per dare un’idea di quanto vasto sia il campo d’indagine di Qohelet basta pensare che il pensiero dell’autore gira intorno al «tutto»; il termine לֹּכ) kōl), che indica il tutto o la totalità, compare, sia alla forma base che in altre forme, 80 volte3 all’interno dello scritto  e spesso lo si trova nella formula «לֶבֶה לֹּכַה) «hakkōl heḇel), «tutto è vanità»4 , uno dei  ritornelli che funge quasi da leitmotiv all’interno del libro. Probabilmente, è proprio perché tratta un tema così vasto come quello del «tutto» e del «tutto per la vita umana» che questo libro, a distanza di secoli dalla sua composizione, può essere considerato ancora attuale, adatto anche ai giorni nostri5 .Nel corso del nostro lavoro di tesi, diviso in quattro capitoli, cercheremo di seguire il pensiero di Qohelet partendo dalla drammatica considerazione sul problema che affligge l’intero creato fino alla presentazione della gioia: quell’unico elemento che può riportare speranza agli esseri umani durante questa vita terrena che appare instabile e incerta. Proprio su quest’elemento vorremo focalizzarci, nel tentativo di riscoprire quelloche Qohelet presenta come il lato positivo della vita. È necessario, inoltre, non perdere mai di vista il background culturale e spirituale  dell’autore che, pur non scrivendo un trattato di teologia, include nelle sue riflessioni la  figura di Dio nella sua relazione con il creato e in modo particolare con l’umanità. A tal proposito, precisiamo che quando faremo uso della parola «uomo», in modo particolare nelle traduzioni dei vari passaggi che analizzeremo, non intendiamo il singolo individuo  di genere maschile ma, in un senso più generico del termine, l’essere umano. La nostra scelta vuole rispettare il termine originale utilizzato da Qohelet che scrive םָ דָ א‘) āḏām),termine che all’interno dell’Antico Testamento si riferisce ad Adamo il primo uomo, all’uomo in quanto individuo di genere maschile o, ancora, al genere umano. Nelle sue  riflessioni, Qohelet racconta una realtà che è comune a uomini e donne e offre dei consigli utili e validi per tutto il genere umano. Per questo motivo in linea di massima abbiamo preferito usare altri termini come «essere umano», «individuo» o «persona».  In un primo capitolo abbiamo provato a offrire una presentazione generale di Qohelet, presentando alcune informazioni utili sullo scritto e evidenziando il più possibile dei collegamenti con altri testi biblici e in, modo particolare, vetero testamentari. Successivamente ci siamo dedicati allo studio dei due temi che maggiormente spiccano  nella lettura di Qohelet: la vanità e la gioia. Per il primo tema, sicuramente più evidente  all’occhio del lettore, ci siamo avvalsi del supporto di studiosi e commentatori di gran lunga più esperti di noi i quali, nelle proprie opere, hanno offerto varie descrizioni di ciò  che Qohelet intende per «vanità» e cosa include quel «tutto è vanità» che apre e chiude  l’intera riflessione. Per quanto riguarda il secondo tema, invece, oltre all’aiuto necessario  di commentatori validi, abbiamo scelto di ricercare direttamente nel testo la presentazione  e lo sviluppo della tematica della «gioia»; per farlo abbiamo individuato cinque delle  pericopi in cui il tema viene trattato, le abbiamo studiate e analizzate in modo da poter   trarre le nostre conclusioni; per riferirci a questi passaggi abbiamo utilizzato l’espressione  «ritornelli sulla gioia», presa in prestito a L. Mazzinghi6  , che mostra molto bene il ruolo  di queste pericopi all’interno dello scritto: Qohelet, infatti, alterna le proprie riflessioni  sulla vanità dell’esistenza umana con questi brevi testi in cui la vita viene osservata da una prospettiva diversa grazie alla quale tutto assume un valore totalmente differente. Il terzo capitolo risulta essere, quindi, più lungo rispetto agli altri tre trattandosi di un  capitolo più tecnico e meno espositivo all’interno del quale ci siamo dedicati allo studio di cinque pericopi. Questo lavoro è stato propedeutico allo sviluppo della nostra tesi che è esposta nelle considerazioni sul tema della gioia all’interno del quarto ed ultimo  capitolo. In sintesi, potremmo dire che Qohelet, avendo fatto un’analisi dettagliata della  realtà che lo circonda, sia arrivato alla conclusione che, sebbene nella vita umana tutto  possa essere considerato vano e fugace, vi sono delle circostanze in cui gli esseri umani possono sperimentare gioia o piacere, insomma possono finalmente essere felici. Qohelet  vede la mano di Dio dietro tutto ciò e invita i propri lettori a saper riconoscere e  valorizzare la gioia quando si presenta nelle loro vite. Per Qohelet, la vita umana è quanto di più incerto e instabile possa esserci, proprio per questo ogni occasione di gioia va colta  e goduta. Il messaggio del libro, quindi, non è composto solamente dalle considerazioni sul «tutto è vanità», anzi, queste considerazioni sono affiancate da un tema che va in forte  contrasto con quello della vanità: la gioia.

Nel nostro lavoro di tesi abbiamo voluto enfatizzare l’importanza di questo  secondo elemento presentato da Qohelet che, nelle letture contemporanee viene spesso ignorato o sminuito. La nostra idea è che quel tema vada letto non come il messaggio principale che Qohelet vuole trasmettere ma come una parte molto importante della sua. valutazione complessiva della realtà e della vita umana. In fondo nel corso della propria vita ciascun individuo ha modo di vivere infiniti tipi di esperienze ma, spiega Qohelet, la miglior esperienza possibile è quella della gioia, che porta con sé anche tanto altro.Sebbene quello appena esposto sia stato il focus che abbiamo scelto di dare alla nostra tesi, siamo consapevoli che all’interno del libro di Qohelet è possibile trovare tanti  altri insegnamenti validi e attuali. Dopotutto, ciò che l’autore si propone di fare è la descrizione di una realtà estremamente vasta ed eterogenea; «Qohelet non tende a semplificare la realtà, ma a riconoscerne le complesse e variegate pieghe e sfaccettature»7

La nostra tesi, pertanto, non si propone come la lettura di Qohelet ma come una lettura  del libro per la quale abbiamo scelto di focalizzarci in modo particolare sulla descrizione della gioia all’interno della vita umana. Se affermassimo che vi è un solo modo di leggere  e comprendere Qohelet, vorrebbe dire che non abbiamo colto lo spirito del libro stesso, che invita ogni lettore ad accompagnare l’autore nelle proprie riflessioni e a continuare a riflettere, pensare e ragionare anche indipendentemente sulla vita e sull’esistenza umana.

Lo scopo che pensiamo questa tesi possa avere e, in fondo, il motivo che ci ha spinti a redigerla è quello di riportare alla luce un tema, all’interno di un libro, che non viene ordinariamente discusso né dal pulpito né in ambito accademico. La difficoltà nel  trovare opere che trattassero la tematica della gioia all’interno di Qohelet è una prova della necessità appena evidenziata. Ancora una volta, non abbiamo la presunzione di scrivere una parola definitiva sulla concezione della gioia all’interno del libro di Qohelet ma speriamo, quantomeno, di risvegliare l’interesse nei confronti di questo scritto e della letteratura sapienziale in genere.

Riscoprire il valore della gioia all’interno della filosofia qoheletiana ci aiuta sicuramente a riscoprire l’idea che l’autore si era fatto di Dio, un Dio che è ancora lo stesso e che ancora oggi tende la sua mano verso l’umanità per risollevarla e riscattarla da quell’assenza di senso che pervade ogni cosa e che Qohelet stesso denuncia con il suo  incalzante grido: «vanità delle vanità, tutto è vanità» (Nicolò D’Elia -Introduzione alla Tesi di Laurea magistrale in «Pastorale della famiglia»  Anno accademico 2020-2021-Istituto Avventista di Cultura Biblica-QOHELET E LA SUA RIFLESSIONE SULLA VITA UMANA TRA GIOIA E VANITÀ. Uno studio teologico di Qohelet con analisi esegetica di passi scelti)


sta in

https://villaaurora.it/wp-content/uploads/2020/11/DElia_Nicolo_Qohelet_una_riflessione_sulla_vita_umana_tra_gioia_e_vanita.pdf


A tale documento integrale di  163 pagine si rimanda per le note previste nell'Introduzione

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Era il 1955, e nella sinagoga di Torino il giovane Guido Ceronetti, studioso principiante di ebraico bilbico, si applicava sotto la guida del rabbino, a "una stentata versione interlineare" del rotolo detto nella Vulgata "Ecclesiaste": il secondo dei libri sapienziali dell'Antico Testamento, redatto da un ignoto autore del III secolo e da alcuni interpreti attribuito a Salomone stesso; e dal rabbino imparò a dirne i versetti. Da allora, per quasi cinquant'anni, Ceronetti ha continuato a confrontarsi con questo grande "poema ebraico". Oltre all'ultima versione, terminata nel 2001, questa edizione ci offre la prima, che risale al 1970; tra le due, l'amplissimo ventaglio delle riflessioni che hanno accompagnato il lavoro della traduzione.

martedì 5 luglio 2022

Mons. Christian Carlassare, ordinato Vescovo della diocesi di Rumbek, Sud Sudan, il 25/3/2022. *




«L’attentato dell’anno scorso mi ha fatto riflettere

sulla fragilità della mia vita stessa, come anche di ogni 

strategia e programma; e su quanto invece sia 

importante che io viva il quotidiano con coraggio e generosità.

Un quotidiano che deve essere rivolto  alle persone 

nell’ascolto e attenzione della dignità di ciascuno e nel 

desiderio di liberazione da quanto ancora oggi 

purtroppo schiavizza.

Opera che non sempre raccoglie il plauso o la 

cooperazione anche di chi dovrebbe lavorare in più 

stretto contatto.

Quanto è successo a me servirà per purificare e far spazio all’opera di Dio.

San Daniele Comboni usava dire che le opere di Dio, a 

differenza di quelle umane, nascono e crescono ai piedi della croce.

E quindi mi sembra di poter intravedere la cura e la 

presenza di Dio in quanto è successo, per un maggior 

bene della missione e della Chiesa di Rumbek


*La cerimonia di ordinazione, che sarebbe dovuta avvenire lo scorso anno, è stata posticipata a causa della lunga riabilitazione dopo l’aggressione subita dal missionario comboniano, nella sua residenza, nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2021. Le prime parole di Carlassare dopo l’attentato nel 2021 sono state: "Perdono chi mi ha sparato". In quell’occasione il missionario italiano ha anche esortato alla preghiera non per lui, ma per la gente di Rumbek: “un popolo - ha detto - che soffre più di me". Padre Christian è il vescovo italiano più giovane al mondo, posto alla guida di una diocesi che fu quella anche di un altro missionario comboniano, padre Cesare Mazzolari, morto nel 2011 pochi giorni prima della dichiarazione di indipendenza del Sud Sudan. Da quel momento, la diocesi di Rumbek era rimasta sede vacante


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https://www.difesapopolo.it/Diocesi/Padre-Christian-torna-finalmente-a-Rumbek.-Il-25-marzo-sara-consacrato-vescovo


L’Africa e l’unità dello stemma e nel motto scelti


Lo stemma episcopale scelto da padre Carlassare ha la forma dello scudo africano, ma al posto delle tradizionali lance ci sono un pastorale e un bastone del pellegrino. L’acqua del battesimo e il pane eucaristico, oltre alla vita della Chiesa simboleggiano la missione che inizia ai piedi della croce. Il motto deriva da Galati 3,28: «Tutti voi siete uno in Cristo Gesù».

Il processo
Mentre si diffonde la notizia dell’ingresso di padre Carlassare a Rumbek, il processo partito in seguito all’attentato dello scorso aprile sta arrivando alla conclusione anche grazie alla presa di posizione del Governo sudsudanese contro l’atto di violenza efferata. Delle sei persone detenute, due sono state rilasciate all’inizio del mese per mancanza di prove, dei quattro che ora attendono la sentenza due hanno confessato la loro colpevolezza e hanno indicato in un presbitero della Diocesi di Rumbek – che si professa innocente dal carcere – il mandante dell’attentato.

Padre Ezechiele Ramin, missionario comboniano, ucciso dai latifondisti, nell'Amazzonia brasiliana, il 24 luglio 1985, per il suo impegno a difesa degli Indios Suruì e dei contadini dello Stato di Rondonia (Brasile))



Padre Ezechiele Ramin, missionario comboniano, ucciso dai latifondisti, nell'Amazzonia brasiliana, il 24 luglio 1985, per il suo impegno a difesa degli Indios Suruì e dei contadini dello Stato di Rondonia (Brasile))

«Attorno a me la gente muore,
i latifondisti aumentano,
i poveri sono umiliati,
la polizia uccide i contadini,
tutte le riserve degli Indios sono invase.

Con l'inverno vado creando primavera.
I miei occhi con fatica
leggono la storia di Dio quaggiù.
La croce è la solidarietà di Dio
che assume il cammino e il dolore umano,
non per renderlo eterno,
ma per sopprimerlo.
La maniera con cui vuole sopprimerlo
non è attraverso la forza né col dominio,
ma per la via dell'amore.
Cristo predicò e visse questa nuova dimensione.
La paura della morte non lo fece desistere dal suo progetto di amore.
L'amore è più forte della morte»

domenica 5 giugno 2022

PENTECOSTE 2022 calendario dei cristiani d'occidente





Papa Francesco
@Pontifex_it
Lo Spirito Santo ci fa vedere tutto in modo nuovo, secondo lo sguardo di Gesù. Nel grande cammino della vita, Egli ci insegna da dove partire, quali vie prendere e come camminare. #Pentecoste

martedì 3 maggio 2022

Intervista del Papa Francesco al Corriere della sera ntervista a Papa Francesco: «Putin non si ferma, voglio incontrarlo a Mosca. Ora non vado a Kiev»





https://www.corriere.it/cronache/22_maggio_03/intervista-papa-francesco-putin-694c35f0-ca57-11ec-829f-386f144a5eff.shtml


Alcuni stralci riportati  in chiaro. suhttps://www.huffingtonpost.it/esteri/2022/05/03/news/papa_francesco_vuole_incontrare_putin_a_mosca_attendo_risposta_mi_apra_la_porta_-9312320/?ref=HHTP-BH-I9316465-P2-S2-T1


Nel rimandare al testo dell'intervista  vorrei sottolineare alcuni passaggi

Il primo giorno di guerra ho chiamato il presidente ucraino Zelensky al telefono — dice papa Francesco — Putin invece non l’ho chiamato. 


Ho voluto fare un gesto chiaro che tutto il mondo vedesse e per questo sono andato dall’ambasciatore russo. Ho chiesto che mi spiegassero, gli ho detto “per favore fermatevi”. Poi ho chiesto al cardinale Parolin, dopo venti giorni di guerra, di fare arrivare a Putin il messaggio che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento. Ma tanta brutalità come si fa a non fermarla? Venticinque anni fa con il Ruanda abbiamo vissuto la stessa cosa».


«l’abbaiare della Nato alla porta della Russia» ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. «Un’ira che non so dire se sia stata provocata — si interroga —, ma facilitata forse sì»


Non so rispondere, sono troppo lontano, all’interrogativo se sia giusto rifornire gli ucraini — ragiona — .La cosa chiara è che in quella terra si stanno provando le armi. I russi adesso sanno che i carri armati servono a poco e stanno pensando ad altre cose. Le guerre si fanno per questo: per provare le armi che abbiamo prodotto. Così avvenne nella guerra civile spagnola prima del secondo conflitto mondiale. Il commercio degli armamenti è uno scandalo, pochi lo contrastano. Due o tre anni fa a Genova è arrivata una nave carica di armi che dovevano essere trasferite su un grande cargo per trasportarle nello Yemen. I lavoratori del porto non hanno voluto farlo. Hanno detto: pensiamo ai bambini dello Yemen. È una cosa piccola, ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così».


 Io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin. Ma anche io sono un prete, che cosa posso fare? Faccio quello che posso. Se Putin aprisse la porta...»


 «Ho parlato con Kirill 40 minuti via zoom. I primi venti con una carta in mano mi ha letto tutte le giustificazioni alla guerra. Ho ascoltato e gli ho detto: di questo non capisco nulla. Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin. Io avevo un incontro fissato con lui a Gerusalemme il 14 giugno. Sarebbe stato il nostro secondo faccia a faccia, niente a che vedere con la guerra. Ma adesso anche lui è d’accordo: fermiamoci, potrebbe essere un segnale ambiguo»


L’unica cosa che si imputa agli ucraini è che avevano reagito nel Donbass, ma parliamo di dieci anni fa. Quell’argomento è vecchio


 adesso non è solo il Donbass, è la Crimea, è Odessa, è togliere all’Ucraina il porto del Mar Nero, è tutto. Io sono pessimista, ma dobbiamo fare ogni gesto possibile perché la guerra si fermi».


L’ultimo pensiero è per il cardinal Martini di cui il Papa ha riletto un articolo «perfetto», dopo l’11 settembre, sul terrorismo e sulla guerra. «È talmente attuale che ho chiesto di ripubblicarlo sull’Osservatore romano. Continuate sui giornali a indagare la realtà, a raccontarla. È un servizio al Paese di cui vi ringrazierò sempre».



****


Rispetto a questi segmenti dell'intervista io credo che il Papa non possa nè debba essere arruolato tirandolo per la talare nel brodo dell'arcipelago del pacifismo politico. Francesco è schierato  ma è schierato con chiarezza e senza alcuna ambiguità

E neppure condivido le critiche di Flores d'Arcais  che vede nelle parole del Papa un "cadere nella propaganda di Putin "


Il Papa lungo l'intervista è chiarissimo  Io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin. Ma anche io sono un prete, che cosa posso fare? Faccio quello che posso. Se Putin aprisse la porta...».


E' un prete mentre  Canfora Santoro Flores d'Arcais e Giannini non sono preti 



lunedì 18 aprile 2022

Rorate cœli desúper, et nubes plúant justum.


Rorate cœli desuper, manoscritto medioevale, Museo del Castello, Malbork in Polonia


Rorate cœli desúper,

et nubes plúant justum.


Ne irascáris Dómine, ne ultra memíneris iniquitátis:


ecce cívitas Sancti facta est desérta:

Sion desérta facta est: Jerúsalem desoláta est:

domus sanctificatiónis tuae et gloriae tuae,

ubi laudavérunt Te patres nostri.


Peccávimus et facti sumus quam immúndus nos,

et cecídimus quasi fólium univérsi:

et iniquitátes nostrae quasi ventus abstulérunt nos:

abscondísti fáciem tuam a nobis,

et allisísti nos in mánu iniquitátis nostrae.

Víde, Dómine, afflictiónem pópuli tui,

et mitte quem missúrus es:

emítte Agnum dominatórem terrae,

de pétra desérti ad montem fíliae Sion:

ut áuferat ipse jugum captivitátis nostrae.

Consolámini, consolámini, pópule meus:

cito véniet salus tua:

quare moeróre consúmeris, quia innovávit te dolor?

Salvábo te, noli timére, ego énim sum Dóminus Deus 

túus Sánctus Israël, Redémptor túus.


****

Stillate rugiada, o cieli, dall’alto, e le nubi piovano il Giusto. 

Non adirarti, o Signore, non ricordarti più dell’iniquità: 

Ecco che la città del Santuario è divenuta deserta: 

Sion è divenuta deserta: Gerusalemme è desolata: 

la casa della tua santificazione e della tua gloria, 

dove i nostri padri Ti lodarono. 

Peccammo, e siamo divenuti come gli immondi, 

e siamo caduti tutti come foglie: 

e le nostre iniquità ci hanno dispersi come il vento: 

hai nascosto a noi la tua faccia, e ci hai schiacciati per 

mano delle nostre iniquità.

Guarda, o Signore, l’afflizione del tuo popolo, 

e manda Colui che stai  per mandare: 

manda l’Agnello dominatore della terra, 

dalla pietra del deserto al monte della figlia di Sion: 

affinché Egli tolga il giogo della nostra schiavitù. 

Consolati, consolati, o popolo mio: presto verrà la tua 

salvezza: perché ti consumi nella mestizia, mentre il 

dolore ti ha rinnovato? 

Ti salverò, non temere, perché io sono il Signore Dio tuo, 

il Santo d’Israele, il tuo Redentore.


https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2014/12/8/letture-rorate-il-peccato-non-cancella-il-desiderio-di-dio/562671/


https://it.wikipedia.org/wiki/Rorate_c%C5%93li_desuper


https://www.newadvent.org/cathen/13183b.htm



mercoledì 23 marzo 2022

Metropolitan of the Georgian Church: Any Patriarch or Bishop who supports Russia’s actions has nothing to do with Orthodoxy

 




TESTO IN INGLESE 


https://orthodoxtimes.com/metropolitan-of-the-georgian-church-any-patriarch-or-bishop-who-supports-russias-actions-has-nothing-to-do-with-orthodoxy/?fbclid=IwAR1pl6guIo5YMGmCJuYM4QqPACu1KFpBEUcJExTl1hk5LGLg0_KIU0V6gzc


PER UN TENTATIVO DI TRADUZIONE IN ITALIANO


"Qualsiasi patriarca o vescovo che sostiene le azioni della Russia è un eretico e non ha nulla a che fare con l'ortodossia", ha detto il metropolita Ioseb del Patriarcato di Georgia.

Il metropolita Ioseb di Shemokmedi, membro del Santo Sinodo della Chiesa di Georgia, ha fatto riferimento alle tragiche conseguenze della guerra della Russia in Ucraina nel suo sermone di domenica scorsa.


Alcuni, compreso il clero, onestamente mi vergogno di loro, escono e dicono che l'Ucraina viene punita perché era un paese peccatore e che la Russia non viene punita perché non è peccatrice... Come può un uomo del clero giustificare l'uccisione di bambini?


Come può un ecclesiastico giustificare la morte di un altro uomo? Parlano della "Santa Russia"... la Russia che ha invaso l'Ucraina è santa? Vediamo che le città vengono rase al suolo. Sono cose sante queste?! Queste sono false profezie.


Alcuni di voi sanno cosa si dice, perché l'Ucraina è stata attaccata?! Lo stato ucraino era molto peccaminoso e la Russia è venuta a compiere la volontà di Dio che gli ucraini non debbano più vivere nel peccato. Non è una setta?


Forse non dovrei dirlo, ma come posso non dirlo? Se il patriarca e i vescovi sostengono questo, sono davvero eretici e non hanno nulla a che fare con l'ortodossia", ha detto il metropolita Ioseb, come riportato da "Notizie Ecclesiastiche della Georgia".


Altrove nel sermone, il metropolita Ioseb ha sottolineato che nessuno sulla terra ha il diritto di giudicare gli altri. Condannando le azioni dei russi come una "inquisizione", ha aggiunto che sono inaccettabili le dichiarazioni del Patriarca Kirill di Russia, che ha sottolineato che l'Ucraina viene punita per le parate del gay pride.


"Una volta i cattolici romani eseguivano le "inquisizioni", bruciando le persone nel fuoco, e per giustificare le loro azioni, sostenevano che con questo fuoco e la sofferenza che ricevono, si santificano. Capite cosa dicevano? Questo è il significato di grave eresia.


I russi stanno facendo la stessa cosa in Ucraina. Che diritto abbiamo di uccidere i peccatori? Noi cristiani ortodossi non abbiamo il diritto di uccidere le persone.


Al contrario, dobbiamo sacrificarci per gli altri, indipendentemente dal fatto che l'altro sia un cattolico romano, un miscredente, un ateo, o chiunque altro, prima di tutto è un essere umano. Se facciamo questo, state certi che ci sacrificheremo per Cristo", ha detto il metropolita Ioseb di Shemokmedi.


Vale la pena notare che il metropolita Ioseb è stato uno dei primi gerarchi del Patriarcato di Georgia che ha sostenuto la Chiesa autocefala di Ucraina.