domenica 6 ottobre 2019

6 Ottobre 2019..... E Abbà disse

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Un padre del deserto di Scete, benché fosse uomo di grande preghiera, temeva molto la morte. Un giorno chiese consiglio ad un anziano, il quale gli disse:
— C'è molta differenza fra la tomba e la latrina?
No. Quando bisogna andarci, bisogna andarci.


Disse ancora l'Abate Iperichio:
è bene mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare le carni dei propri fratelli denigrandoli.


L'Abate Anastasio aveva un libro scritto su pergamena finissima, che valeva diciotto soldi,e in esso aveva sia il Vecchio che il Nuovo Testamento in versione integrale.
Una volta un fratello venne a trovarlo e vedendo il libro se ne andò con esso. Così il giorno in cui l'Abate Anastasio andò per leggere il proprio libro e trovò che non c'era più, capì che il fratello l'aveva preso. Ma non gli mandò dietro nessuno, per chiederne notizia, per timore che il fratello potesse aggiungere una bugia al furto. Poi il fratello scese nella città più vicina per vendere il libro. E il prezzo che chiese fu di sedici soldi. Il compratore disse: Dammi il libro, affinché possa scoprire se vale tanto. Con ciò, il compratore portò il libro da vedere a sant'Anastasio e disse: Padre, dà un'occhiata a questo libro, per favore, e dimmi se pensi che dovrei comprarlo per sedici soldi. Vale dunque così tanto? L'Abate Anastasio disse: Si, è un bel libro, vale tutto quel prezzo. Così il compratore ritornò dal fratello e disse: Ecco il tuo denaro. Ho mostrato il libro all'Abate Anastasio che ha detto che è bello e che vale almeno sedici soldi. Ma il fratello disse: E’ tutto ciò che ha detto? Ha fatto altre osservazioni? No, disse il compratore, non ha detto altro. Beh! disse il fratello, ho cambiato idea, e dopo tutto non voglio vendere questo libro. Allora andò di corsa dall'Abate Anastasio e lo supplicò in lacrime di riprendersi il libro. Ma l'Abate non volle accettarlo, dicendo: Va' in pace, fratello, te ne faccio dono. Ma il fratello disse: Se non lo riprenderai, non avrò mai più pace. Dopo quell'episodio il fratello abitò con l'Abate Anastasio per il resto della sua vita.

L'Abate Ammone disse di aver passato quattordici anni a Sceta pregando Dio giorno e notte di dargli la forza di vincere la collera.


Il male non e' nella natura umana ....perche' Dio non ha fatto nulla di cattivo....se qualcuno lo e', questo e' cio' che la sua volonta', ha voluto che fosse. (Diadoco di Fotica)


Quando Dio vedrà che ti affidi a Lui più che a te stesso, allora una forza a te sconosciuta verrà ad abitare in te.
(Isacco di Ninive)



Un giorno un giovane monaco disse ad un padre del deserto:
"Abba, dimmi qual è l'opera più difficile del monaco"
L'Abba rispose: "Dimmi tu quale pensi che sia";
Il giovane monaco disse: "Forse é la vita comune", ma l'Abba rispose: "No, no figliolo, prima o poi gli uomini, per cattivi che siano, a forza di stare insieme si vogliono bene".
L'altro riprese: "Ma allora qual è? La castità?",
" No figliolo, tu senti la castità come un problema grosso perché hai vent'anni, ma aspetta ancora qualche anno e tutto declinerà, tutto si acquieterà".
"Ma allora che cos'è padre l'opera più difficile del monaco?
Forse la teologia, studiare di Dio, parlare di Dio?".
L'Abba gli disse: "No figliolo, guardati intorno: quanti ecclesiastici parlano di Dio dalla mattina alla sera! Sei mai stato nelle chiese? Tutti discutono su Dio! No, no –continuò l'anziano–, è tanto facile parlare su Dio: molta gente di chiesa se non avesse quello da fare non saprebbe come passare la giornata".
"A questo punto dimmelo tu, Abba, qual è l'opera più difficile del monaco".
"E' pregare. Pregare dando del tu a Dio".
E aggiunse:
"ricordati che un uomo, tre giorni dopo morto, di fronte alla presenza di Dio prova ancora difficoltà a guardarlo in faccia, a dirgli Padre e a dargli del tu.
Questa è l'opera più difficile".

Abba Nilo disse:《 Non desiderare che ti avvenga come a te sembra bene, ma come a Dio piace, e sarai libero da turbamento e colmo di gratitudine nella tua preghiera》.
Nel deserto di Scete capitò che piovve per tre giorni, cosa inaudita. Un giovane fratello, preoccupato, chiese a un anziano:
— Abba, e se fosse un nuovo diluvio?
— Impossibile — rispose l'anziano — poiché l'inutilità del primo diluvio impedisce a Dio di mandarne un altro.

Non dire mai che Dio è giusto.
Se fosse giusto, saresti all'inferno.
Affidati solo alla sua ingiustizia che è misericordia, amore e perdono.
Sant'Isacco il siriano


giovedì 19 settembre 2019

Staretz Philothée [Zervakos]. La véritable humilité

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Le Diable a partout ses pièges. 
Il attrape les gens, 
et le seul moyen d'éviter ces pièges
 est l'humilité. 

L'humilité intérieure, pas extérieure, 
la véritable pas la fausse modestie, 
celle qui est réelle,
et non pas feinte. 

L'humilité intérieure, 
réelle et véritable, 
c'est quand les gens ressentent, 
au plus profond de leur cœur, 
les dons et les talents 
qu'ils ont reçus de Dieu. 

C'est la prise de conscience 
que tout ce que nous avons
 - l'existence, la vie, la santé,
 la richesse et la sagesse - 
nous sont toutes étrangères 
et ce sont des dons de Dieu.







sabato 7 settembre 2019

8 SETTEMBRE NATIVITÀ DELLA SS. MADRE DI DIO E S EMPRE VERGINE MARIA dal PROTOEVANGELO DI GIACOMO


DAL  PROTOEVANGELO DI GIACOMO 

[1, 1] Secondo le storie delle dodici tribù di Israele c'era un certo Gioacchino, uomo estremamente ricco. Le sue offerte le faceva doppie, dicendo: "Quanto per me è superfluo, sarà per tutto il popolo, e quanto è dovuto per la remissione dei miei peccati, sarà per il Signore, quale espiazione in mio favore". [2] Giunse il gran giorno del Signore e i figli di Israele offrivano le loro offerte. Davanti a lui si presentò Ruben, affermando: "Non tocca a te offrire per primo le tue offerte, poiché in Israele non hai avuto alcuna discendenza". [3] Gioacchino ne restò fortemente rattristato e andò ai registri delle dodici tribù del popolo, dicendo: "Voglio consultare i registri delle dodici tribù di Israele per vedere se sono io solo che non ho avuto posterità in Israele". Cercò, e trovò che, in Israele, tutti i giusti avevano avuto posterità. Si ricordò allora del patriarca Abramo al quale, nell'ultimo suo giorno, Dio aveva dato un figlio, Isacco.
[4] Gioacchino ne restò assai rattristato e non si fece più vedere da sua moglie. Si ritirò nel deserto, vi piantò la tenda e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, dicendo tra s‚: "Non scenderò n‚ per cibo, n‚ per bevanda, fino a quando il Signore non mi abbia visitato: la mia preghiera sarà per me cibo e bevanda

[2, 1] Ma sua moglie innalzava due lamentazioni e si sfogava in due pianti, dicendo: "Piangerò la mia vedovanza e piangerò la mia sterilità". [2] Venne il gran giorno del Signore, e Giuditta, sua serva le disse: "Fino a quando avvilisci tu l'anima tua; Ecco, è giunto il gran giorno del Signore e non ti è lecito essere in cordoglio. Prendi invece questa fascia per il capo che mi ha dato la signora del lavoro: a me non è lecito cingerla perché io sono serva e perché ha un'impronta regale". [3] Ma Anna rispose: "Allontanati da me. Io non faccio queste cose. Dio mi ha umiliata molto. Forse è un tristo che te l'ha data, e tu sei venuta a farmi partecipare al tuo peccato". Replicò Giuditta: "Quale imprecazione potrò mai mandarti affinché il Signore che ha chiuso il tuo ventre, non ti dia frutto in Israele?". Anna si afflisse molto. [4] Si spogliò delle sue vesti di lutto, si lavò il capo, indossò le sue vesti di sposa e verso l'ora nona scese a passeggiare in giardino. Vedendo un alloro, si sedette ai suoi piedi e supplicò il Padrone, dicendo: "O Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara, dandole un figlio, Isacco".

[3, 1] Guardando fisso verso il cielo, vide, nell'alloro, un nido di passeri, e compose in se stessa una lamentazione, dicendo: "Ahimè! chi mi ha generato? qual ventre mi ha partorito? Sono infatti diventata una maledizione davanti ai figli di Israele, sono stata insultata e mi hanno scacciata con scherno dal tempio del Signore. [2] Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono fecondi dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio alle bestie della terra, poiché anche le bestie della terra sono feconde dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? [3] Non somiglio a queste acque, poiché anche queste acque sono feconde dinanzi a te, o Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio certo a questa terra, poiché anche questa terra porta i suoi frutti secondo le stagioni e ti benedice, o Signore".

[4, 1] Ecco, un angelo del Signore le apparve, dicendole: "Anna, Anna! Il Signore ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai. Si parlerà in tutta la terra della tua discendenza". Anna rispose: "(Com'è vero che) il Signore, mio Dio, vive, se io partorirò, si tratti di maschio o di femmina, l'offrirò in voto al Signore mio Dio, e lo servirà per tutti i giorni della sua vita". [2] Ed ecco che vennero due angeli per dirle: "Tuo marito Gioacchino sta tornando con i suoi armenti". Un angelo del Signore era infatti disceso da lui per dirgli: "Gioacchino, Gioacchino! Il Signore ha esaudito la tua insistente preghiera. Scendi di qui.
Ecco, infatti, che Anna, tua moglie, concepirà nel suo ventre". [3] Gioacchino scese, e mandò a chiamare i suoi pastori, dicendo: "Portatemi qui dieci agnelli senza macchia e senza difetto: saranno per il Signore, mio Dio. Portatemi anche dodici vitelli teneri: saranno per i sacerdoti e per il consiglio degli anziani; e anche cento capretti per tutto il popolo". [4] Ed ecco che Gioacchino giunse con i suoi armenti. Anna se ne stava sulla porta, e vedendo venire Gioacchino, gli corse incontro e gli si appese al collo, esclamando: "Ora so che il Signore Iddio mi ha benedetta molto. Ecco, infatti, la vedova non più vedova, e la sterile concepirà nel ventre". Il primo giorno Gioacchino si riposò in casa sua.

[5, 1] Il giorno seguente presentò le sue offerte, dicendo tra s‚: "Se il Signore Iddio mi è propizio, me lo indicherà la lamina del sacerdote". Nel presentare le sue offerte, Gioacchino guardò la lamina del sacerdote. Quando questi salì sull'altare del Signore, Gioacchino non scorse in s‚ peccato alcuno, ed esclamò: "Ora so che il Signore mi è propizio e mi ha rimesso tutti i peccati". Scese dunque dal tempio del Signore giustificato, e tornò a casa sua. [2] Si compirono intanto i mesi di lei. Nel nono mese Anna partorì e domandò alla levatrice: "Che cosa ho partorito?". Questa rispose: "Una bambina". "In questo giorno", disse Anna, "è stata magnificata l'anima mia", e pose la bambina a giacere. Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria.


Un primo commento alla Festa 


La prima grande festa dell'anno liturgico ,che inizia il 1° settembre, è la nascita della Santissima Madre di Dio, l'8 settembre. Sorta dapprima a Gerusalemme, questa celebrazione si ricollega alla dedicazione di una chiesa, nel luogo tradizionalmente indicato come la casa di Anna e Gioacchino; dal VI secolo venne festeggiata anche a Costantinopoli e più tardi a Roma. Alcuni dati dell'avvenimento, quali li troviamo nei testi liturgici, sono ripresi dal Protoevangelo di Giacomo: i nomi dei genitori, giusti e pii, la loro tristezza di non aver figli, il prodigioso annuncio dell'angelo circa una loro figlia dal destino eccezionale. La nascita della fanciulla Maria, futura Madre di Dio, è vista come l'inizio del piano della redenzione; da ciò la sua importanza e il tono gioioso che la caratterizza.
Dalla radice di Jesse e dalla stirpe di Davide è generata oggi per noi Maria, la divina bambina. Perciò tutta la creazione si rallegra e si rinnova, cielo e terra gioiscono insieme. Lodatela, tribù dei popoli. Gioacchino esulta e Anna si rallegra, esclamando: la sterile partorisce la Madre di Dio, la nutrice della nostra vita.
Oggi la Vergine e Madre di Dio, la camera nuziale del celeste Sposo, viene generata dalla sterile, conformemente al volere divino, per esser Madre  del Verbo di Dio. A questo fu infatti chiamata colei che è la porta santa e la madre della vera vita.




sabato 17 agosto 2019

ammonimento” del re Stefano (István) di Ungheria (1000-1038) a suo figlio, Emmerich (Imre)

Risultati immagini per icone di Santo Stefano d'Ungheria
Quando arrivano coloni da diversi paesi e province, essi portano con sé anche diverse lingue e costumi, svariate cose ricche di insegnamento e armi, che adornano e abbelliscono la corte reale, ma spaventano anche le potenze straniere. Una terra, in cui vi sia una sola lingua e un solo costume, è debole e fragile. Perciò, figlio mio, ti assegno il compito di andare loro incontro e di trattarli in maniera appropriata, affinché restino più volentieri presso di te che altrove.“ (Corpus iuris Hungarici 1000–1526, S. Stephani I. Cap. 6).

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lunedì 24 giugno 2019

San Leone Magno sul digiuno per i santi Apostoli Pietro e Paolo

leoweb

https://iconesacremirabile.wordpress.com/2017/02/25/san-leone-idetto-magno-10-novembre/

Il seguente testo è tradotto dal sermone 78 recitato nel giorno di Pentecoste dal papa san Leone il Grande (+461).


Diletti figli, la festa di oggi, permessa dalla Discesa dello Spirito Santo, è seguita, come ben sapete, da un digiuno, una istituzione salutare per il corpo e per lo spirito, la quale va seguita con devota osservanza. Poiché noi fermamente crediamo che gli Apostoli furono ricolmati della grazia del Paraclito e questi ultimi ci insegnano che il digiuno è necessario perché ci fortifichi e purifichi le menti, così da rivere anche noi il crisma dello Spirito. I discepoli del Signore erano difesi dalla Divinità e così i primi pastori della Chiesa, i quali ci hanno insegnato queste tradizioni e i loro esempi. I nostri maestri hanno iniziato i rudimenti della vita cristiana con i santi digiuni, dovendo combattere contro avversari spirituali, e contro la malvagità spirituale potevano vestirsi solamente dell'armatura dell'astinenza, così da uccidere ogni vizio sul nascere. I nemici invisibili non avranno potere su di noi se noi non saremo invischiati nella concupiscenza della carne. Difatti la Provvidenza permette sempre al demonio di attaccarci, onde non farci cadere nella superbia di una vittoria troppo facile.


Ecco perché, dopo i giorni della santa letizia, dedicati alla Resurrezione del Signore dai morti e alla sua Assunzione al Cielo, dopo aver ricevuto il dono dello Spirito Santo, il digiuno ci viene domandato come atto salutare e come pratica benedetta affinché, qualora fossimo caduti in qualche brutta abitudine in questi giorni di gioia, possiamo ritornare sui nostri passi. Per essere trasformati nel Tempio dello Spirito Santo e venire inondati della Energia Divina non possiamo lasciarci andare ad alcuna concupiscenza né essere posseduti dal vizio, altrimenti, inquinato, il potere divino ci abbandonerà.

E' infatti impossibile ottenere la guida e l'aiuto di Dio senza la purificazione del digiuno e la liberazione misericordiosa dai nostri vizi. Prendiamoci cura di noi, liberiamoci dai nostri peccati, diventiamo ricchi d'amore. Tutto ciò che sarà speso nel curare gli ammalati, aiutare i poveri, riscattare i prigionieri e qualsiasi altra azione di pietà non andrà mai persa dallo sguardo di Dio, e sull'uomo giusto calerà la Sua ricompensa. Difatti "beati sono i misericordiosi e Dio avrà pietà di loro" dice il Vangelo. Non lesiniamo di digiunare mercoledì e venerdì, e il sabato vegliamo dinnanzi al beato apostolo Pietro [1] per mezzo delle cui preghiere confidiamo d'esser liberati dai nostri nemici spirituali e anche da quelli del corpo: per il Signore nostro Gesù Cristo, che col Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli.

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NOTE

1) Il santo vescovo Leone allude alla pratica tipica dei cittadini romani di passare le notti in veglia dinnanzi alla tomba del santo apostolo Pietro, in Vaticano. 

Tratto daSermone di Leone Magno per il digiuno degli Apostoli, dal blog Mystagogy (in inglese).  

IN ITALIANO  sta in  

giovedì 11 aprile 2019

Riferisce Beda il Venerabile sulre di Northumbria Edwin,



Riferisce Beda il Venerabile, monaco e storico, che il re di Northumbria Edwin, intorno al 625, incerto circa l’opportunità di convertirsi al cristianesimo, chiese consiglio ai suoi dignitari. Uno di essi rispose così:
O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena coi tuoi dignitari d’inverno, col fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa a volo velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo dalla tempesta di nuovo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò, se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.
Venerabile Beda, Storia ecclesiastica degli Angli, II, 13; a cura di G. Simonetti Abbolito, Città Nuova 1987, p. 143.