martedì 6 maggio 2014

OFFICIO A TUTTI I SANTI ORTODOSSI GLORIFICATI IN TERRA D'ITALIA, COMMEMORATI LA PRIMA DOMENICA DOPO QUELLA DI TUTTI I SANTI (2a dopo Pentecoste)





OFFICIO A TUTTI I SANTI ORTODOSSI
GLORIFICATI IN TERRA D'ITALIA,
COMMEMORATI LA PRIMA DOMENICA
 DOPO QUELLA DI TUTTI I SANTI (2a dopo Pentecoste)


sta in

http://www.ortodossiatorino.net/TestoTrilingue.php?id=1368

Patriarcato di Mosca

Parrocchia ortodossa

San Massimo, Vescovo di Torino


Dagli Apostica al Vespro

GLORIA... TONO 4°
Festeggiamo con fervore le memorie dei nostri Padri santi, degni delle nostre lodi e disponibili alle nostre richieste. Che una gioia spirituale animi le nostre labbra e converta i nostri cuori. Che il popolo cristiano si ricordi delle promesse del Battesimo. Orante e penitente, riconciliato con Cristo, impronti alle beatitudini le regole della sua vita e sia caro alla Madre di Dio che spesso lo ha visitato.

TROPARIO (APOLITICHIO) TONO 8°
Come un dono di grande valore, la Terra d'Italia ti offre, o Signore, tutti i Santi che l'hanno abbellita. Icona del Regno che verrà, ricca di intercessori, essa si appella alla tua tuttapura Madre, ai Santi Apostoli Pietro e Paolo e alle schiere dei martiri per rimanerti fedele nei secoli

DAL
MATTUTINO
IPACOE

Voi ci avete aperto il Paradiso spirituale, Santi di Dio, che siete l'anima e il fondamento della nostra patria. le vostre fatiche, le vostre sofferenze ed i vostri miracoli hanno acquisito a Cristo un nuovo popolo portatore di Dio. Per le preghiere dei nostri santi intercessori, o Signore, facci partecipi alle gioie del tuo Regno

ICO
I cori celesti si rallegrano: da venti secoli le nostre contrade ne aumentano il numero. Ai martiri si sono aggiunti ierarchi e monaci, principi e vergini, che intonano in onore di Cristo eterno un identico inno di gloria. La terra d’Italia esulta, ricca per il sacrificio, l'amore e la forza dei suoi Santi e delle sue Icone. Che le loro grazie si espandano nelle nostre anime.

SINASSARIO
Nel giorno odierno, seconda Domenica dopo Pentecoste, festeggiamo tutti i Santi della terra italiana:
Silvestro di Roma, Teoctista di Sicilia, Severino di Napoli, Aldo di Pavia, Senatore di Calabria, Tatiana di Roma, Efisio di Cagliari, Marcello di Roma, Prisca di Roma, Sebastiano di Roma, Xenia di Roma, Feliciano di Foligno, Felicita di Roma e i suoi sette figli, Geminiano di Modena, Perpetua di Roma, Agata di Catania, Riccardo di Lucca, Marcello e Pancrazio di Sicilia, Scolastica di Norcia, Benigno e Valentino dell'Umbria, Archelao di Oristano, Modesto di Avellino, Valentino di Terni, Luca di Messina, Faustino e Giovita di Brescia, Leone il Grande di Roma, Leone di Catania, Leoluca di Vibo Valentia, Gregorio il Dialogo di Roma, Nicodemo di Reggio Calabria, Benedetto di Norcia, Alessio di Roma, Crisanto e Daria di Roma, Giacomo e Cirillo di Catania, Nicone di Taormina, Severo di Catania, Stefano di Rossano, Secondo di Asti, Giuseppe l'Innografo di Siracusa, Filarete di Palermo, Zeno di Verona, Martino di Roma, Daniele di Taormina, Gennaro, Festo, Desiderio, Sosso, Procolo, Eutichete e Acuzio di Benevento, Cleto e Marcellino di Roma, Liberale di Treviso, Mercuriale di Forlì, Erasmo di Formia, Ciriaco di Ancona, Vittore di Varese, Giustino di Chieti, Gherasimo di Reggio Calabria, Vito, Crescenzia e Modesto di Lucania, Teodosio di Siracusa, Arsenio di Reggio Calabria, Giulia di Livorno, Simeone di Siracusa, Severino, Severiano e Concordio di Spoleto, Tecla e Susanna di Salerno, Cassiano di Lodi, Massimo e Vittorino dell'Aquila, Ceccardo di Luni, Silvero e Ormisda di Frosinone, Leucio di Brindisi, Giulio e Giuliano di Novara, Agrippina di Roma, Massimo di Torino, Prospero di Reggio Emilia, Vigilio di Trento, Severo di Foggia, Cosma e Damiano di Roma, Potito di Napoli, Lucia e altri di Roma, Pancrazio di Taormina, Patemiano delle Marche, Paolino di Lucca, Ermagora e Fortunato di Gorizia, Rosalia di Sicilia, Vitaliano di Capua, Apollinare e Vitale di Ravenna, Giovanni e Faustino di Calabria, Parasceve di Roma, Eusebio di Vercelli, Emidio di Ascoli Piceno, Donato di Arezzo, Fermo e Rustico di Verona, Stefano, Sisto, Felicissimo e Agapito di Roma, Euplio di Catania, Elia di Calabria, Bartolomeo di Calabria, Cetteo di Pescara, Oronzo, Giusto e Fortunato di Lecce, Alessandro di Bergamo, Liberio di Roma, Fantino di Calabria, Abbondio di Corno, Elpidio del Piceno, Grato di Aosta, Autonomo di Calabria, Venerio di La Spezia, Eustazio di Matera, Nilo di Rossano, Petronio di Bologna, Ambrogio di Stilo, Nazario, Protasio, Gervasio e Celso di Milano, Sabino di Catania, Gabino, Proto e Ianuario di Sassari, Gaudenzio di Brescia, Anastasia di Roma, Giusto di Trieste, Leonardo di Campobasso, Baudolino di Alessandria, Bartolomeo di Rossano, Solutore, Avventore e Ottavio di Torino, Colombano di Bobbio, Gregorio di Agrigento, Bellino di Rovigo, Teodora e Giorgio di Rossano, Eligio di Siena, Cromazio di Aquileia, Bibiana di Roma, Ambrogio di Milano, Antusa di Roma, Sirio di Pavia, Lucia di Siracusa, Lorenzo di Sicilia, Melania di Roma, e di tutti e tutte coloro che sono noti a Dio.
Alla Liturgia: Epistola, Romani 2:10-16. Vangelo, Matteo 4:18-23.


http://www.santiebeati.it/dettaglio/33400


Strada Val San Martino 7, 10131 Torino









lunedì 5 maggio 2014

Il Cristo nel cuore dei credenti di san Nikolaj Velimirović







Il Cristo nel cuore dei credenti

di san Nikolaj Velimirović

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/cristocuore.htm



Parigi, Louvre, Armilla con Resurrezione, regione renano-mosana, 1170 ca

 



Abiti il Cristo nei vostri cuori per mezzo della fede (Efesini 3, 17)
 

Non ha il Cristo colui che lo ha solo sulla lingua. Né ha il Cristo chi lo ha solo sulla carta. Né lo ha chi lo tiene solo sul muro. Né infine lo ha colui che lo tiene solo nel museo del passato. Lo ha veramente colui che lo ha nel cuore. Giacché il Cristo è amore e l’altare dell’amore è il cuore.
 
Se il Cristo ti è nel cuore, egli ti è Dio. Se lo hai solo sulla lingua, o sulla carta o sul muro o nel museo del passato, sebbene tu lo chiami Iddio, egli è per te un giocattolo. Sta attento allora, o uomo, poiché nessuno può giocare con Dio impunemente.
 
Il cuore è a prima vista un organo piccolo, ma in esso può stabilirsi Iddio. E quando vi si stabilisce Iddio, esso è pieno e ricolmo e null’altro vi può risiedere. Ma se in esso prende dimora tutto il mondo, senza che ci sia Dio, esso rimane vuoto.

Fratelli, possa il Cristo risorto ed il Signore vivo risiedere nei cuori per mezzo della fede ed i vostri cuori saranno pieni e ricolmi. Ma esso non può stabilirsi diversamente nei vostri cuori se non per mezzo della vostra fede. Se non avete fede, il Cristo rimarrà solo sulla vostra lingua o sulla carta o sul muro o nel museo del passato. Qual vantaggio ne avrete? Quale utilità ricavate nel tenere la vita sulla lingua e la morte nel cuore? Infatti se tenete il mondo nel cuore ed il Cristo sulla lingua, avete la morte nel cuore e la vita sulla lingua. Non è di giovamento l’acqua sulla lingua dell’assetato. Lasciate entrare il Cristo vivente nel cuore e vi disseterete veramente e proverete un piacere indicibile. Affinché siate vivi e lo glorifichiate.

O Signore risorto, purifica il nostro cuore dagli ospiti apportatori di morte e stabilisciti in esso. A te la gloria e la lode nei secoli. Amìn.
 
Traduzione di A. S.; in “Messaggero Ortodosso”, Roma 1984, n. 4-5, pp. 11-12.
 
 
Immagine da: http://gallery.giovani.it/foto/armilla-resurrezione-regione-renano-mosana-1170-ca-parigi-louvre.html

http://www.arazarian.it/immagini/Khatchkar%20Sanahin%201%20(2).jpg


domenica 4 maggio 2014

Badate a voi stessi

Dagli Atti degli Apostoli 

Atti 20,25-35

(l'apostolo Paolo agli anziani di Efeso)
25 Ed ora, ecco, io so che voi tutti fra i quali sono passato predicando il Regno, non vedrete più la mia faccia. 26 Perciò io vi protesto quest'oggi che son netto del sangue di tutti; 27 perché io non mi son tratto indietro dall'annunziarvi tutto il consiglio di Dio. 28 Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, la quale egli ha acquistata col proprio sangue. 29 Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi de' lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge;30 e di fra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trarre i discepoli dietro a sé. 31 Perciò vegliate, ricordandovi che per lo spazio di tre anni, notte e giorno, non ho cessato d'ammonire ciascuno con lacrime. 32 E ora, io vi raccomando a Dio e alla parola della sua grazia; a lui che può edificarvi e darvi l'eredità con tutti i santificati. 33 Io non ho bramato né l'argento, né l'oro, né il vestito d'alcuno. 34 Voi stessi sapete che queste mani hanno provveduto ai bisogni miei e di coloro che eran meco. 35 In ogni cosa vi ho mostrato ch'egli è con l'affaticarsi così, che bisogna venire in aiuto ai deboli, e ricordarsi delle parole del Signor Gesù, il quale disse egli stesso: Più felice cosa è il dare che il ricevere.



2.a lettera di Giovanni   al capitolo 8

Badate a voi stessi affinché non perdiate il frutto delle opere compiute, ma riceviate piena ricompensa.


 



sabato 3 maggio 2014

Domenica delle Mirofore



Come ci ricorda il sinassario oggi si celebra la memoria di Giuseppe di Arimatea, di Nicodemo e, soprattutto, delle donne mirofore. La domenica presenta due pericopi evangeliche, la prima delle quali viene letta al Mattutino ed è il racconto lucano (Lc 24, 1-12):



Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, le donne si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno". Ed esse si ricordarono delle sue parole. E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto.




Alla Divina Liturgia viene invece letto il brano nella versione di Marco (Mc 15,43 - 16,8):




In quel tempo, Giuseppe d'Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse gia morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro. Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto. Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: "Chi ci rotolerà via il masso dall'ingresso del sepolcro?". Ma, guardando, videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto". Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

Lucernario dei Vespri del sabato sera

Prendendo con sé gli aromi le mirofore giunsero ai primi albori alla tomba del Signore. Ma trovano ciò che non sospettavano, parlavano tra loro timorose della pietra che era stata rimossa: e dove sono i sigilli del sepolcro? Dove, le guardie di Pilato che dovevano custodirlo rigorosamente? Si fece iniziatore delle donne ignare un angelo sfolgorante che disse loro: perché cercate con lamenti il vivente, colui che da la vita al genere umano? È risorto dai morti il Cristo Dio nostro, perché è onnipotente, e dona a tutti noi vita incorruttibilità, illuminazione e la grande misericordia


Perché, o discepole, mescolate gli unguenti alle lacrime? La pietra è stata rotolata via, la tomba è vuota. Guardate la corruzione calpestata dalla vita, i sigilli che danno chiara testimonianza, le guardie degli increduli pesantemente addormentate. Ciò che è mortale è stato salvato dalla carne di Dio: l'inferno  geme, e voi correte con gioia a dire agli apostoli: il Cristo che ha ucciso la morte, il primogenito dai morti, vi precede in Galilea

Di buon mattino le mirofore raggiunsero sollecite il tuo sepolcro, cercandoti, o Cristo, per profumare il tuo corpo immacolato; ma ammaestrate dalle parole di un angelo, annunciavano agli apostoli le prove della gioia: è risorto l'autore della nostra salvezza, spogliando la morte e donando al mondo l'eterna vita e la grande misericordia.

Le mirofore, raggiunte la tua tomba, vedendo i sigilli sul sepolcro ma non trovando il tuo corpo purissimo, gementi vennero in fretta dicendo: chi ha rubato la nostra speranza? Chi ha preso un morto nudo, cosparso di mirra, unico conforto della Madre? Oh, ma come è stato messo a morte colui che dona la vita ai morti? E come è stato sepolto colui che spoglia a morte l'inferno ? Risorgi dunque, o Salvatore, per il tuo proprio potere, al terzo giorno come hai detto, per salvare le nostre anime. 

Alla Litia  al Vespro 

Giuseppe reclamò il tuo corpo immacolato e lo depose in un sepolcro nuovo: tu dovevi uscire dalla tomba come da una camera nuziale, o Cristo che hai infranto l'impero della morte per aprire agli uomini le porte del paradiso.


Al Mattutino

Tu non hai impedito che fosse sigillata la pietra del sepolcro, e così risorgendo hai offerto a tutti la roccia della fede. Portando gli aromi per la tua sepoltura al mattino le donne giunsero furtive al sepolcro, temendo la prepotenza dei giudei, e prevedendo la vigilanza dei soldati. Ma la loro debole natura vinse quella forte, perché il loro animo compassionevole era stato gradito a Dio



Sei stato crocifisso nella carne, tu che sei impassibile nella natura del Padre. Onoro la tua croce, glorifico la tua sepoltura, canto e venero la tua risurrezione. Hai assaggiato il fiele, o dolcezza della Chiesa, eppure hai fatto sgorgare per noi l'incorruttibiltà del tuo costato. Sei stato computato tra i morti, o Salvatore, e hai risuscitato i morti: hai appena gustato la corruzione, ma in nessun modo hai conosciuto dissoluzione. 



Inchiodate le mani alla croce, o Gesù, sottraendo tutte le genti dall'errore, le hai chiamate a conoscere te. L'agnella stando presso la tua croce, o Gesù, gridava piangendo: dove vai o Figlio, dove te ne vai, o agnello immolato per tutti? Sei risorto, o Gesù, il nemico è stato spogliato, Adamo ed Eva con lui sono stati liberati dai vincoli della corruzione, grazie alla tua risurrezione

The Holy Women at the Sepulchre
Con la croce hai imprigionato il ventre dell'inferno , hai fatto risorgere i morti e hai abolito la tirannide della morte: perciò noi, nati da Adamo, celebriamo adoranti la tua sepoltura e la tua risurrezione, o Cristo. O Salvatore nostro, che nel tuo beneplacito per le tue viscere di misericordia, sei stato confitto in croce e ci hai riscattati dalla maledizione paterna, sciogli i vincoli delle mie molte colpe. O Salvatore, l'inferno  incontrandoti nelle profondità è stato amareggiato, vedendo che quanti un tempo aveva inghiottito prevalendo, ora è stato costretto a renderli e che le regioni sotterranee venivano perquisite, spogliate e depredate dei morti
 O mio Salvatore, vestendoti di me, tu mi hai spogliato della veste antica che mi aveva tessuta il seminatore del peccato. Foglie di fico mi aveva cucito il peccato, perché, consigliato dal serpente, non avevo custodito il tuo immacolato comandamento, o Salvatore. Il Cristo che viene da Maria è giunto, ha versato olio sulla mia anima ferita dai pensieri ladroni, e l'ha risanata.

L'inferno  è morto: coraggio, figli della terra! Il Cristo appeso al legno ha rivolto contro di lui la spada ed egli giace morto: è stato spogliato e depredato di quanti deteneva. L'inferno  è stato spogliato, coraggio, o morti! I sepolcri sono stati aperti, sorgete! Così grida a voi il Cristo dall'inferno , lui che è venuto per redimere tutti dalla morte e dalla corruzione. I morti che un tempo, prevalendo, avevi inghiottito, o inferno , ora te li richiedo, ridammeli! Così a te grida il datore di vita e Dio che è venuto per liberare tutti dal tuo ventre insaziabile. Il Signore è risorto, spogliando il nemico, e ha ricondotto tutti i prigionieri che gli ha sottratto, e anche il primo creato, Adamo, che ha risuscitato, perché è Dio compassionevole e amico degli uomini. 


Tu che come amico degli uomini vuoi salvare dall'errore tutti coloro che hai plasmato, hai sopportato di essere inchiodato alla croce, per rinnovare, mediante la tua carne, o Salvatore, la tua immagine ricoperta dalle passioni, e, distrutto l'inferno , hai fatto risorgere con te i defunti. È stato un tuo beneplacito patire tutto ciò per i nostri peccati: perciò anche al ladrone hai aperto le porte del paradiso, o Salvatore. Tu hai fatto risorgere dalla tomba il terzo giorno il tempio distrutto del tuo corpo, come avevi promesso. Cosa avete visto di incredibile per non credere al Cristo? Non ha fatto forse alzare gli infermi con la sua parola? Non ha forse salvato tutti? Vi convincano almeno i soldati e i risorti dai morti. Se non lo hanno visto risorgere, se non se ne sono accorti, allora come hanno potuto capire che era stato rubato? Vi convincano almeno questa pietra e le bende funerarie del Cristo. La tomba è realmente sigillata: come dunque è risorto se non perché è Dio? Vi convincano coloro che sono risorti e si sono fatti vedere da molti. 

Chi ha rotolato con le sue mani la pietra dal sepolcro? Chi ha fatto seccare il fico? Chi ha risanato la mano inaridita? Chi ha saziato un giorno la folla nel deserto? Chi se non il Cristo che fa risorgere i morti? Chi ha dato la luce ai ciechi, purificato i lebbrosi, drizzato gli storpi e camminato a piedi asciutti sul mare come su terra ferma? Non forse il Cristo Dio che risuscita i morti? Chi ha risuscitato dalla tomba un morto di quattro giorni, e il figlio della vedova? Chi, come Dio, ha drizzato il paralitico costretto a letto? Grida la pietra stessa, gridano i sigilli che avete messo, aggiungendo guardie per sorvegliare il sepolcro: Cristo è veramente risorto e vive nei secoli. 


Il ladrone che sulla croce ti riconobbe Dio, tu lo hai fatto erede del paradiso spirituale. Per noi sei stato fatto oggetto di sputi e schiaffi dai trasgressori della Legge, tu che sul Sinai avevi scritto le tavole della Legge per il tuo servo Mosè. Per noi sei stato abbeverato di aceto e fiele, tu che ci hai dato il tuo corpo e il tuo sangue prezioso come cibo e bevanda della tua eterna vita. Sei stato computato tra i morti, tu che ai morti dai la vita; sei stato deposto in una tomba, tu che svuoti le tombe. 

Giuseppe avvolse in bende il tuo Corpo, o Cristo, e depose te, la salvezza, in un sepolcro nuovo;   Insieme alle mirofore e agli apostoli, onoriamo Giuseppe, il nobile consigliere discepolo, zelante per la pietà, perché ha calato dalla croce il corpo del Signore e con fede lo ha sepolto. E  dopo averti avvolto in una sindone, o Cristo, ti ha deposto in un sepolcro, e dopo aver cosparso di aromi il tempio distrutto del tuo corpo, ha rotolato una grande pietra all'ingresso della tomba.


 O donne, mirofore, perché ormai affrettarvi? Perché portate gli unguenti profumati al vivente? È risorto il Cristo, come aveva detto. Cessino le vostre lacrime e si mutino in gioia.



Lucernario del Vespro  della domenica sera

Dunque tra i morti è la vita? Sotto terra è tuttora il sole senza sera? Il coro delle mirofore facendo lamento esclamava: venite, corriamo in fretta al santo sepolcro a vedere. Ma scorgendovi un angelo risplendente, restarono stupite e smarrite. E questi, facendo cessare il loro lamento, gridò: è risorto il datore di vita, non abbiate timore, o pie donne. All'alba il coro delle donne, prima del sole si diede a cercare il Sole che nella tomba era tramontato. Ma l'angelo radioso si rivolse a loro: è sorta la luce che illumina quanti dormono nelle tenebre! Portate l'annuncio ai discepoli, astri dell'aurora, mutate l'abbattimento in gioia, e cantate in coro, con cuore che non dubita, facendo risuonare l'annuncio della pasqua gaudiosa, della salvezza del mondo. 



venerdì 2 maggio 2014

LA PENITENZA DI TEODOSIO dalla STORIA ECCLESIASTICA[1] di Teodoreto di Ciro


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LA PENITENZA DI TEODOSIO
dalla STORIA ECCLESIASTICA[1] di Teodoreto di Ciro

 
Tessalonica è una città grandissima e molto popolosa, appartenente alla provincia di Macedonia, ma capitale della Tessaglia, della Acaia e di moltissime altre province, quante dipendono dal governatore dell’Illiria. Durante una ribellione verificatasi in quella città, alcuni magistrati furono percossi e lapidati. L’imperatore, infiammato da questa notizia, non riuscì a dominare l’impeto della collera, e non ne trattenne la foga neppure col freno della ragione, ma alla collera si rivolse per stabilire la punizione. Con un arbitrio tale, quale è quello dispotico e tiranno che ha spezzato ogni legame e sfugge al giogo della ragione, snudò la spada ingiusta contro tutti e uccise gli innocenti insieme coi colpevoli. Settemila uomini infatti, a quanto dicono, furono assassinati, senza che vi fosse stato prima un processo, senza una discriminazione rispetto a quelli che avevano osato commettere il delitto, come nella mietitura si tagliano insieme tutte le spighe. Ambrogio venne a conoscenza di questa tragedia carica di gemiti.

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Quando l’imperatore giunse a Milano e volle entrare, come al solito, nel tempio di Dio, gli andò incontro fuori dal protiro e gli impedì di entrare sotto i portici della chiesa con queste parole: «A quanto pare tu ignori, o imperatore, la gravita dell’omicidio che hai commesso, né, cessata la collera, la ragione ha riconosciuto la tua temerarietà; forse la potenza imperiale non permette di riconoscere la colpa, e il potere acceca la ragione. Bisogna tuttavia che tu consideri la nostra natura, il fatto che è mortale e transeunte, e la polvere originaria da cui siamo nati e a cui ci avviamo a ritornare; e che non ignori, tratto in inganno dallo splendore della veste di porpora, la debolezza del corpo che vi è celato. Tu governi, imperatore, su persone della tua stessa natura, anzi su compagni di schiavitù; infatti il solo Signore e sovrano di tutti è il Creatore dell’universo. Con quali occhi, dunque, guarderai il tempio del comune Signore? Con quali piedi calpesterai quel suolo santo? Come tenderai le mani ancora gocciolanti del sangue dell’iniquo assassinio? Come riceverai il sangue prezioso nella tua bocca, che, con le parole dettate dalla collera, ha fatto versare tanto sangue ingiustamente? Vattene dunque, e non osare aggiungere altre iniquità alla prima; accetta il legame, a cui consente dall’alto Dio, il Signore dell’universo: ti guarisca e ti procuri la salute».

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A queste parole l’imperatore si ritirò (allevato negli insegnamenti divini, infatti, conosceva chiaramente che cosa fosse prerogativa dei sacerdoti, e che cosa degli imperatori) e, gemendo e piangendo, ritornò al palazzo. Molto tempo dopo (erano trascorsi infatti otto mesi) ricorse la festa del Natale del nostro Salvatore; l’imperatore se ne stava a gemere nella reggia, versando torrenti di lacrime. Vedendo ciò Rufino (era allora maestro di palazzo e godeva di molta libertà di parola perché era familiare dell’imperatore) si fece avanti e chiese il motivo delle lacrime. Egli gemette amaramente e versò ancora più lacrime, dicendo: «Tu sì, Rufino, che puoi rallegrarti: infatti non soffri i miei mali. Ma io gemo e mi lamento per la mia sventura, pensando che il tempio divino è aperto ai servi e ai mendicanti, ed essi vi entrano senza timore e vi incontrano il loro Signore, mentre a me il tempio è inaccessibile e, oltre a ciò, il cielo mi è chiuso. Ricordo infatti la voce del Signore che dice chiaramente: Ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli»[2]. E quegli: «Se credi, correrò dal vescovo e cercherò di persuaderlo con suppliche insistenti a scioglierti dai legami». «Non si lascerà persuadere, rispose l’imperatore, so infatti che la decisione di Ambrogio è giusta e che egli non infrangerà la legge divina per rispetto al potere imperiale». Poiché Rufino con molte altre parole gli promise di cercare di convincere Ambrogio, l’imperatore lo esortò ad affrettarsi; ed egli stesso, ingannato dalla speranza, lo seguì poco dopo, fidando nelle promesse di Rufino. Ma appena il divino Ambrogio vide Rufino, disse: «Tu imiti l’impudenza dei cani, Rufino. Tu, che sei stato consigliere di un così grave assassinio, hai cancellato la vergogna dal volto e non arrossisci né temi, mentre tanto hai infuriato contro l’immagine di Dio». Dopo che Rufino gli si fece innanzi e annunciò che l’imperatore era in arrivo, infiammato da divino zelo, Ambrogio, l’ispirato da Dio, esclamò: «Io, Rufino, ti preavviso che gli impedirò di varcare la soglia della chiesa; e, se vuoi mutare l’impero in tirannide, riceverò anch’io con piacere la morte». Udito ciò, Rufino fece sapere per mezzo di un messaggero all’imperatore l’intenzione del vescovo e gli consigliò di restare nel palazzo.

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg-87CHP7po5bNPfALYmeZyAG9s8nPg8m0h44pfCHkRhGhet_kr4LfLAxm9WlLPQGYIrnDrbmIu1EP1zdWn3cGr-nd1x9vYUxrM4eclKD5qt8rFVDiuYaNuveUXvCPOT3e7sEx2HhRyu8qg/s400/giustiniano_1.JPG
L’imperatore apprese questa notizia in mezzo alla piazza: «Vado, disse, e accetterò i giusti oltraggi». Quando però raggiunse il recinto del santuario, non entrò nel tempio di Dio, ma, presentandosi al vescovo (costui sedeva nella sala di ricevimento), lo supplicò di scioglierlo dal legame. Ma questi tacciò di tirannia la sua intrusione e affermò che Teodosio si comportava come un pazzo contro Dio e calpestava le sue leggi. L’imperatore rispose: «Io non disprezzo le leggi stabilite, né cerco di penetrare ingiustamente nel tempio, ma ti supplico di sciogliermi dai legami, di considerare la bontà del comune Signore e di non chiudere a me la porta che il Signore ha aperto a tutti quelli che si pentono». E il vescovo: «Quale pentimento hai dunque dimostrato dopo una così grave iniquità? Con quali rimedi hai curato le ferite difficili da guarire?». «È tuo compito, rispose l’imperatore, mostrare e dosare i rimedi, mio invece accogliere quanto proponi». Allora il divino Ambrogio disse: «Poiché tu rimetti il giudizio alla collera, e non la ragione ma la collera emette la sentenza, scrivi una legge che dichiari vane ed inefficaci le decisioni dettate dalla collera. E le sentenze riguardanti una pena di morte o una confisca restino in attesa di applicazione per trenta giorni, per ricevere il giudizio della ragione. Trascorso questo tempo, coloro che hanno messo per iscritto la sentenza mostrino il decreto. Allora, cessata la collera, la ragione, giudicando da sé, esaminerà la sentenza, e vedrà se è giusta o ingiusta. E se la troverà ingiusta, è chiaro che distruggerà quanto è stato scritto; se la troverà giusta, la confermerà, e il numero dei giorni non danneggerà la retta sentenza». L’imperatore accolse questa proposta e, sembrandogli ottima, ordinò che la legge fosse subito scritta e la confermò con la propria firma. Dopo di che il divino Ambrogio sciolse il legame.
Così l’imperatore dalla profonda fede osò penetrare nel tempio di Dio, e non supplicò il Signore stando ritto, né piegando i ginocchi, ma giacendo prono sul pavimento pronunciò queste parole di David: L’anima mia è prostrata al suolo, dammi vita secondo la tua parola[3], strappandosi con le mani i capelli, percotendosi il volto e bagnando il suolo con le gocce delle sue lacrime, pregava per ottenere il perdono. Quando poi giunse il momento di portare le offerte alla sacra mensa, levatosi, sempre piangendo entrò nel presbiterio; fatta l’offerta, come soleva, restò all’interno, oltre i cancelli. Ma di nuovo il grande Ambrogio non tacque, bensì gli insegnò la differenza dei posti nella chiesa. Anzitutto gli chiese che cosa volesse; avendogli l’imperatore risposto che attendeva di partecipare ai misteri divini, gli comunicò per mezzo del primo diacono: «Il presbiterio, o imperatore, è accessibile solo ai sacerdoti, per tutti gli altri è inaccessibile e inviolabile; esci dunque, e prendi posto insieme con gli altri; la porpora rende imperatori, non preti». L’imperatore molto credente accolse di buon grado questo invito e rispose che non si era soffermato all’interno dei cancelli per temerarietà, ma perché aveva appreso questo uso a Costantinopoli: «Ti sono grato, disse, anche di questa medicina».
Di tale e così grande virtù rifulsero il vescovo e l’imperatore: entrambi infatti io ammiro, l’uno per la sua libertà di parola, l’altro per la sua umiltà, l’uno per l’ardore del suo zelo, l’altro per la purezza della sua fede. E queste norme religiose, che aveva appreso dal grande vescovo, le praticò anche dopo il ritorno a Costantinopoli. Infatti, avendolo una festa religiosa indotto a recarsi di nuovo al tempio di Dio, dopo aver portato le offerte alla sacra mensa, subito tornò indietro; e quando il vescovo della chiesa (era allora Nettario) gli domandò: «Perché mai non sei rimasto dentro?», rispose sdegnato: «Con fatica ho imparato la differenza tra imperatore e sacerdote, con fatica infatti trovai un maestro di verità. So che Ambrogio soltanto è degno di essere chiamato vescovo». 
Trad. di M. Morani e G. Regoliosi

 
[1] 5, 17.
[2] Cfr. Matteo 16, 19 e 18, 18.
[3] Salmo 118, 25

giovedì 1 maggio 2014

saint Athanase le Grand, archevêque d'Alexandrie



saint Athanase le Grand, archevêque d'Alexandrie


atanasio di alessandria l'interpretazione dei salmi

sta in



1http://www02.homepage.villanova.edu/allan.fitzgerald/quartosecolo/Atanasio_L'interpretazione_dei_salmi.pdf






Invention des reliques de saint Athanase le Grand, archevêque d'Alexandrie (373; cf. 18 janvier). (Office grec traduit par le père Denis Guillaume au tome V des Ménées. Particularités de l'office slave traduites par le père Denis Guillaume au tome V du Supplément aux Ménées - l'office slave ayant été traduit d'après un office grec qui n'a pas été retenu dans les éditions grecques imprimées.) 
Sant' Atanasio il Grande Patriarca di Alessandria 
2 maggio-Memoria della traslazione delle reliquie al tempo del 
Patriarca Germano di Costantinopoli



Dai "Discorsi" di sant'Atanasio, vescovo (Disc. sull'incarnazione del Verbo, 8-9; PG 25, 110-111)


L'incarnazione del Verbo




Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilì tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell'universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza. Venne dunque per amore verso di noi e si mostrò a noi in modo sensibile. Preso da compassione per il genere umano e la nostra infermità e mosso dalla nostra miseria, non volle rimanessimo vittime della morte. Non volle che quanto era stato creato andasse perduto che l'opera creatrice del Padre nei confronti dell'umanità fosse vanificata. Per questo prese egli stesso un corpo, e un corpo uguale al nostro perché egli non volle semplicemente abitare un corpo o soltanto sembrare un uomo. Se infatti avesse voluto soltanto apparire uomo, avrebbe potuto scegliere un corpo migliore. Invece scelse proprio il nostro. Egli stesso si costruì nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrì al Padre accettando la morte. 


Così annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui, nel suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri. Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtù del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca. Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. Offrì alla morte in sacrificio e vittima purissima il corpo che aveva preso e offrendo il suo corpo per gli altri liberò dalla morte i suoi simili. Il Verbo di Dio a tutti superiore offrì e consacrò per tutti il tempio del suo corpo e versò alla morte il prezzo che le era dovuto.


 In tal modo l'immortale Figlio di Dio con tutti solidale per il comune corpo di morte con la promessa della risurrezione rese immortali tutti a titolo di giustizia. La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo, che ha posto in essi la sua dimora mediante un corpo identico al loro.