giovedì 6 febbraio 2014

Il nostro Padre tra i santi Colombano irlandese e monaco



mosaico nel Battistero di Albenga - Liguria, del VI secolo 

File:SaintColumbanus.jpg

Il nostro Padre tra i santi Colombano irlandese e monaco 


Preghiere di San Colombano -


Dio mio, donami,
ti prego, nel nome del  tuo Figlio Gesù Cristo,
quella carità che mai viene meno,
perchè la lucerna si mantenga sempre accesa,
né mai si estingua;
arda per me, brilli per gli altri.
Dégnati, o Cristo, dolcissimo nostro Salvatore,
di accendere le nostre lucerne:
brillino continuamente nel Tuo tempio
e siano alimentate perennemente da Te
che sei la luce perenne,
perché siano rischiarate le nostre oscurità
e fuggano da noi le tenebre del mondo.
Dona, o Gesù mio, la luce alla mia lucerna...
Fà che io guardi, contempli,
desideri Te solo,
e, amandoTi, a Te solo sia rivolto,
e sempre la mia lucerna brilli e arda davanti a Te.



Ti prego, amantissimo nostro Salvatore
di mostrarti a noi che bussiamo,
perchè, conoscendoTi, amiamo Te,
Te soltanto, Te solo desideriamo,
a Te solo sia volta la nostra meditazione giorno e notte,
a Te solo sempre pensiamo.
Dégnati di infonderci tanto amore per Te,
quanto conviene che Tu, che sei Dio, sia amato e tenuto caro,
così che il nostro affetto
occupi tutto il nostro intimo,
l'amore Tuo tutti ci possegga,
la Tua carità colmi tutti i nostri sensi
in modo che non sappiamo amare altri all'infuori di Te,
che sei eterno.
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Dio Uno e Trino é, per così dire, un mare,
che non si può attraversare né scrutare...
Cerca la suprema scienza non attraverso dispute di parole,
ma attraverso la perfezione dei buoni costumi;
non con la lingua ma con la fede;
essa nasce dalla semplicità del cuore;
non vi si giunge attraverso i ragionamenti di una dottrina
che non si radica nella pietà.
Se cercherai con le argomentazioni della ragione l'Ineffabile,
Egli si farà da te più lontano;
se cercherai con la fede, la Sapienza starà alle porte.
Chi è Dio e quanto è grande, Egli solo lo sa.
Tuttavia, poiché é il nostro Dio,
benché a noi invisibile,
a Lui dobbiamo bussare, e bussare spesso;
sempre dobbiamo cercare di trattenere il Dio profondo,
il Dio immenso, misterioso, eccelso, onnipotente,
e pregarlo, per i meriti e l'intercessione dei Santi,
che conceda alle nostre tenebre
almeno qualche scintilla della Sua luce.




« O Signore Iddio, sradicate, estirpate dalla mia anima tutto ciò che il nemico vi ha piantato. Togliete dal mio cuore e dalle mie labbra tutta l'iniquità, datemi l'intelligenza e l'abitudine del bene, affinché in opere e verità io non serva che Voi solo: io sappia compiere i precetti del Cristo e cercare Voi, o mio Dio ! Accordatemi la memoria, la carità, la fede. Signore operate in me il bene e donatemi ciò che Voi giudicate essermi utile. Amen. »



File:SaintColumbanus.jpg 




















dalle sue Instructiones: "Se l’uomo userà rettamente di quelle facoltà che Dio ha concesso alla sua anima allora sarà simile a Dio. Ricordiamoci che gli dobbiamo restituire tutti quei doni che egli ha depositato in noi quando eravamo nella condizione originaria. Ce ne ha insegnato il modo con i suoi comandamenti. Il primo di essi è quello di amare il Signore con tutto il cuore, perché egli per primo ci ha amato, fin dall’inizio dei tempi, prima ancora che noi venissimo alla luce di questo mondo" (cfr Instr. XI)

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Copertina di 'Le opere'

mercoledì 5 febbraio 2014

S. Barsanufio e Giovanni: Lettere ascetiche





S. Barsanufio e Giovanni: Lettere ascetiche

 

1. Sii pronto a ringraziare Dio per ogni cosa, tenendo presente la parola dell'Apostolo: "ringrazia per ogni cosa" (I Tess. 5, 18). Se sei assalito da tribolazioni, o patisci penuria e persecuzione, o se devi sopportare pene fisiche o infermità, ringrazia Dio per tutto ciò che ti accade poichè "noi dobbiamo entrare nel Regno di Dio attraverso molto patire" (Atti. 14, 22). Non permettere che la tua anima venga assalita dal dubbio, nè che il tuo cuore diventi pavido; ricorda le parole dell'Apostolo: "Quantunque l'uomo esteriore perisca, l'uomo interiore si rinnova di giorno in giorno" (2 Cor. 4, 16). Se non sopporti sofferenze, non sarai in grado di salire sulla croce e coglierne i frutti di salvezza.
2. La nave, in mare, è preda del rischio e del vento. Se però raggiunge un calmo e pacifico porto, non teme più calamità, ma è sicura. Anche tu, mentre resti tra gli uomini, aspettati tribolazioni, rischi e urti alla sensibilità. Ma se raggiungi il porto del silenzio, per te preparato, non avrai più paura.
5. Soprattutto guardati dallo scoramento, padre di tutti i mali e della varietà delle tentazioni. Perchè permetti al tuo cuore di essere triste e fiacco a causa della sofferenza provocata dalla turba che segue Cristo ? Presta un attento orecchio alle mie parole. Il lungo patire è padre di grandi benedizioni. Imita Mosè che preferì piuttosto soffrir pena col popolo di Dio, che gioire dei piaceri del peccato per un breve tempo (Eb. 11, 25).
8. Ti definisci peccatore; ma in realtà riveli di non aver raggiunto la coscienza della tua unità. Chi si riconosce peccatore e causa di molti mali, dissente con nessuno, discute con nessuno, non è in collera con nessuno, ma considera ogni uomo migliore e più saggio di se stesso. Se sei un peccatore, perchè biasimi il tuo prossimo e lo accusi di recarti offesa? Stando così le cose, tu ed io siamo lontani dal ritenerci dei peccatori. Osserva, fratello, quanto siamo meschini: parliamo soltanto con le labbra e le nostre azioni mostrano che siamo differenti da ciò che diciamo. Perchè quando ci opponiamo a dei pensieri, non riceviamo la forza di respingerli ? Perchè precedentemente ci siamo arresi col biasimare il nostro prossimo e questo ha fiaccato la nostra forza spirituale. Così accusiamo il nostro fratello, nonostante noi si sia i veri colpevoli. Poni tutti i tuoi pensieri nel Signore, dicendo: Dio conosce ciò che è meglio, e sarai in pace, e, a poco a poco, ti sarà data la forza di resistere.
9. Se uno non può sopportare gli oltraggi, non vedrà la gloria. Se non è esente da bile, non assaggerà la dolcezza. Tu devi andare in mezzo agli altri, tra le loro varie vicende, per essere temperato e provato: l'oro è provato solo dal fuoco. Non oberarti di troppi incarichi, ti assoggetteresti a pene e sofferenze; ma col timore di Dio cimentati a ciò che conviene ad ogni particolare momento, e non far nulla d'impulso. Evita la collera quanto puoi, non giudicare nessuno e specialmente quelli che ti mettono alla prova. Pensandoci bene, capirai che sono loro che ti conducono alla maturità.
11. Agita il latte e ne ricaverai del burro; ma se ti giri il naso, ne caverai sangue (Prov. 30, 33). Se un uomo vuol piegare un ramo o una vite in un cerchio per botte, li curva gradatamente, per paura di romperli, poichè se lo fa troppo repentinamente il ramo si spezza, (questo va riferito alle rigorose regole e all'eccessivo ascetismo dei monaci).
12. Perchè essere soverchiati dalle tribolazioni come uomini carnali ? Non hai sentito quali tribolazioni ti attendono ? Non sai che "molte sono le ambizioni del giusto" (Ps. 34, 19), e che gli uomini sono provati da queste come l'oro in un crogiolo ? Se siamo giusti, lasciamoci sottoporre di buon animo, alla prova; ma se siamo peccatori, soffriamola come cosa dovuta. Ricordiamoci dei santi, rammentando quanto essi, fin dall'inizio del mondo, abbiano perseverato nel bene agire, preferendo il bene, e costantemente rimanendo saldi nella verità ! Furono odiati e perseguitati fino all'estremo, ma in accordo con le parole del Signore, pregarono per i persecutori e carnefici (Mat. 5 44). Fosti tu venduto come il casto Giuseppe ? Hai tu, come Mosè, sopportato inimicizia dall'infanzia alla vecchiaia ? Fosti perseguitato come Davide da Saul ? O come Giona fosti gettato in mare ? Perchè allora non apri gli occhi ? Così non aver paura e non essere incerto come uno privo di coraggio, altrimenti non potrai godere delle promesse di Dio. Non essere angosciato come chi non ha fede; ma introduci la fiducia nei tuoi pensieri deboli. Ama il tormento delle cose, affinchè tu possa diventare un degno figlio dei santi.
16. Finchè abbiamo tempo, poniamo attenzione a noi stessi, e impariamo il silenzio. Se desideri non essere turbato da alcuna cosa, sii morto di fronte ad ognuno, troverai la pace. Alludo con questo ai pensieri concernenti ogni genere di rapporto con uomini e cure.
17. Mi hai scritto chiedendo che pregassi per i tuoi peccati. Ti dirò la stessa cosa: Prega per i miei. E' scritto "fa' agli altri ciò che vuoi sia fatto a te" (Luca 6, 31). Benchè io sia il più reietto e basso di tutti gli uomini, continuo a fare quanto posso, in accordo al comandamento: "pregate l'uno per l'altro", così che tu possa riavere la salute.
18. Se non puoi parlare della fede, non tentare neanche di farlo. Chi è saldo nella fede, non sarà mai turbato da discussioni e dibattiti con eretici e miscredenti. Avendo in sè Gesù, il Signore della pace e della quiete, dopo una calma discussione può amorosamente portare molti eretici e miscredenti alla conoscenza di Gesù Cristo, nostro Salvatore. Fai così: finchè la discussione su qualche cosa è superiore alle tue forze, prendi la strada maestra della fede dei 318 santi padri (e per noi ora, quella della fede stabilita da sette concili ecumenici), nella quale tu sei battezzato. Essa contiene ogni cosa formulata esattamente per la perfetta comprensione. Ma sopra ogni cosa poni attenzione a te stesso, meditando sui tuoi peccati e sul come sarai giudicato da Dio.
21. Quando sei intento alla preghiera, chiedi la liberazione dal vecchio Adamo, o recita la preghiera del Signore, o ambedue insieme, poi riprendi il tuo lavoro manuale.
Sulla lunghezza del tempo della preghiera, ti dirò: se tu "preghi incessantemente" (Tess. 5, 17), come dice l'Apostolo, la quantità del tempo non ha importanza.
22. Riguardo al sonno notturno, prega per due ore alla sera, cominciando a contarle dal calar del sole, e quando hai finita la dossologia, dormi per sei ore. Indi alzati per la veglia e rimani desto per le rimanenti quattro ore. Fai lo stesso anche d'estate, ma riduci la dossologia e leggi meno salmi in accordo alla brevità della notte.
25. Riguardo all'astinenza del cibo e delle bevande, i padri dicono che l'uno e le altre siano di una misura inferiore alla reale necessità di ciascuno; cioè non riempire lo stomaco del tutto. Ciascuno stabilisca una misura per se stesso per quanto riguarda il cibo e per il vino.
D'altronde la misura dell'astinenza non è limitata al cibo e al bere, ma riguarda anche la conversazione, il sonno, il vestire e tutti i sensi. Ciascuna di queste cose deve avere la sua consona misura di astinenza.
34. Voglio controllare il ventre e ridurre la quantità del cibo e non posso. Invece se qualche volta ci riesco, torno quasi subito alla prima misura. Lo stesso mi accade col bere. Perchè avviene questo ? Nessuno è esente da ciò, eccetto l'uomo che è giunto alla statura di colui che disse: "Ho dimenticato di mangiare il mio pane, a cagione del grido del mio dolore; le ossa mi forano la pelle" (Sal. 102, 45). Un siffatto uomo presto riesce a ridurre il suo cibo ed il bere; poichè le lacrime gli sono di cibo, può raggiungere uno stato nel quale è nutrito dallo Spirito Santo. Credimi, fratello, conosco un uomo di tale statura, una o due volte nel corso di una settimana e qualche volta più spesso è attratto dal cibo spirituale, la cui dolcezza gli fa dimenticare il cibo materiale. Quando si accinge a consumare il cibo è come uno permanentemente sazio, non ne ha desiderio; se mangia, rimprovera se stesso dicendo: perchè non sono sempre in quello stato ? E' lo desidera così intensamente da ottenere il più grande successo.
39. Quando leggo i salmi, devo dire la preghiera del Signore dopo ogni salmo ? Dire la preghiera del Signore una volta, è sufficiente.
43. L'infermità è una lezione di Dio e serve ad aiutarci a ringraziare sempre più Dio. Non era forse Giobbe un vero amico di Dio ? Cosa non ha sopportato, benedicendo e glorificando Dio ? Alla fine la sua stessa pazienza lo portò ad una incomparabile gloria. Così anche tu sappi sopportare e "vedrai la gloria di Dio" (Giov. 11, 40). Non rattristarti se per infermità non puoi praticare il digiuno; Dio non esige mai fatiche superiori alle possibilità di ciascuno. Dopo tutto, cos'è il digiuno se non il freno per moderare un corpo sano e renderlo docile, liberarlo dalle passioni, in accordo con le parole dell'Apostolo: "Quando sono affranto, è allora che sono forte" (2 Cor. 12, 10) ? Ma l'infermità è più che un freno, così sostituisce il digiunare ed è considerata di maggior merito. Chi sopporta con pazienza, ringraziando Dio, come premio alla sua pazienza, riceve il frutto della salvezza. Un corpo malato è indebolito dall'infermità, non vi è bisogno di togliergli le forze col digiuno. Ringrazia Dio di essere dispensato dal travaglio del digiuno. Non preoccuparti anche se mangi dieci volte in un giorno; non sarai giudicato per questo, purchè tu non lo faccia per il tuo piacere.
49. Sono stremato dalle tentazioni ! - Non darti per vinto, fratello. Dio non ti ha abbandonato e non ti abbandonerà. Conosci il giudizio di Dio contro il nostro comune padre Adamo: "Mangerai il pane col sudore della tua fronte" (Gen. 3, 19); ed è immutabile. Come l'oro è scaldato nella fornace e diventa puro e malleabile, così l'uomo attraverso il fuoco della sofferenza diviene cittadino del Regno dei Cieli, se sopporta con gratitudine. Reputa che tutto ciò che ti avviene è per il tuo bene, per renderti accetto a Dio.
50. Ad un debole e scoraggiato:
Benedici le sofferenze del Salvatore, come se, insieme a Lui, tu stessi patendo soprusi, ferite, degradazioni, l'offesa degli sputi, l'umiliazione del manto rosso, la vergogna della corona di spine, l'aceto col fiele, la pena dei chiodi, la ferita con la lancia, il fluire d'acqua e di sangue, e da ciò riceverai conforto nella tua afflizione.
Il Signore non permetterà che i tuoi sforzi non vengano ricompensati. Ti lascia soffrire un po', affinchè non sia un estraneo nella schiera dei Santi, quando tu, al momento debito, ne farai parte, arricchito dal frutto della pazienza e reso glorioso. Così non affliggerti; Dio non ti ha dimenticato, ma si preoccupa di te, come per un figlio vero di Colui che non tradisce.
52. Possa il Signore, che disse "domanda e riceverai" (Giov. 16, 24), esaudire ogni tua domanda. Soltanto prepara la tua casa, e spazzala perfettamente perchè sia degna di ricevere i doni del Signore. Essi sono custoditi sicuramente in una casa tenuta in ordine, ed emanano il loro dolce profumo soltanto se non vi è impurità alcuna. Chi gusta ciò, diventa estraneo al vecchio Adamo, crocifisso al mondo come il mondo a lui, e vive sempre nel Signore. Non importa quando le onde dei nemici lo colpiscono; esse non spezzano la sua navicella. D'allora in avanti comincia a gettare sgomento sui nemici, poichè essi vedono in lui il sacro sigillo, e quanto più diventa il loro avversario, tanto più egli diviene un sincero e grato amico del Gran Re.
55. Vigila su te stesso; i demoni cercano di adescarti verso cose di poco valore, come dormire in una posizione quasi seduta, o senza guanciale, che è lo stesso che "menta e anice e cumino", e ti incitano a trascurare "i più gravi impegni della Legge" (Matt. 23, 23), che sono, il domare la collera, il reprimere la irritabilità e l'obbedire in tutte le cose. I demoni gettarono in te il loro seme, per indebolire il tuo corpo, per questo cadi nella debolezza e involontariamente ricerchi il molle letto e la varietà del cibo. E' meglio che tu ti trovi bene con un solo cuscino e riposi su di esso con timore di Dio. Metti nella tua pentola condimenti immateriali come, umiltà, obbedienza, fede, speranza, amore, poichè chi li possiede imbandisce un banchetto innanzi a Cristo, il Divino Re.
62. Non tutti quelli che vivono nei monasteri sono monaci; monaco è colui che compie il lavoro del monaco. Il Signore dice: "Non chiunque mi dice, Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli; ma chi compirà il volere del Padre mio, che sta nei Cieli" (Matt. 7, 21). Fratello, perchè permetti che il nemico si beffi di te e ti esponga ai rischi della caduta ? Tu chiedi un consiglio ma non tenti di fare ciò che ti viene detto. Tu ridomandi, e vanagloriosamente lo ripeti agli altri, per guadagnarti il favore degli uomini, e così ti precludi di progredire rapidamente. Il tempo ci è concesso per imparare il dominio delle passioni, e curarle, con gemiti e dolore. Se, quando sei nella tua cella, i tuoi pensieri sono dispersi, vergognati e svela la tua mancanza a Dio.
67. (Il frate infermiere domanda se può leggere i libri di medicina). Leggili pure, ma nel leggerli o nell'interrogare qualcuno sulle medicine, non dimenticare che, nessuno può essere curato, senza Dio. Chi s'impegna nell'arte del guarire deve sottomettersi al nome di Dio e Dio invierà a lui il suo aiuto. L'arte del guarire non è un ostacolo alla pietà; ma devi praticarla come pratichi un lavoro manuale, per il bene della comunità. Fai quel che devi fare nel timore di Dio e i santi ti proteggeranno colle loro preghiere.
84. Se esiste la possibilità di una buona azione, ma un pensiero opposto le resiste, questo dimostra che l'azione è veramente buona. Applicati alla preghiera e veglia; se durante la preghiera il tuo cuore è saldo nel bene e il bene aumenta invece di diminuire, allora, sia che l'opposto pensiero che ti travaglia, rimanga, oppure no, sappi che tale azione è buona. Poichè tutto il bene, necessariamente patisce una penosa opposizione causata dall'invidia del diavolo; il bene però la supera mediante la preghiera. Se un bene apparente è suggerito dal diavolo, e pure l'opposizione deriva da lui, allora nella preghiera il bene apparente declina, insieme con l'apparente opposizione. In questo caso è evidente che il nemico oppone un pensiero che egli stesso ha insinuato col solo proposito di farci erroneamente prendere per il bene ciò che è male.
93. Il silenzio delle labbra è migliore e più prodigioso di una edificante conversazione. I nostri padri lo praticarono con reverenza, e attraverso di esso, perseguirono la gloria. Ma sinchè, nella nostra debolezza, noi non potendo seguire il sentiero della perfezione, parliamo di ciò che edifica, parliamone riferendoci alle parole dei padri senza accingerci ad interpretare le Scritture. Quest'ultima cosa è assai pericolosa per l'ignorante. Le Scritture sono scritte nel linguaggio dello spirito, e gli uomini carnali, non possono capire le cose spirituali. E' meglio usare, nelle nostre conversazioni, le parole dei padri, allora così troveremo il beneficio in esse contenuto. Moderiamoci persino nell'uso di queste parole, ricordandoci colui che disse "Nella moltitudine di parole, non manca mai il peccato" (Prov. 10, 19). Per tema di cadere in alti e vanagloriosi pensieri, imprimiamoci nella mente che se non pratichiamo ciò di cui parliamo, pronunciamo la nostra stessa condanna.
96. Quando ti proponi di fare qualche cosa e vedi che il tuo pensiero è turbato, e se, dopo aver invocato Dio, rimani turbato, fosse pure da una minima perplessità, sappi che la azione che vuoi intraprendere, viene dal demonio perciò non iniziarla.
Ma se uno resiste al turbamento (se ha in sè un pensiero che oppone resistenza a tale turbamento) allora egli può anche non considerare, l'azione proposta, come dannosa, ma può accingersi ad esaminare per vedere se è nociva o no; e se è cattiva può abbandonarla, ma se è buona, la compia disperdendo ciò che lo turba.
105. (Ad un ammalato, obbligato a nutrirsi in modo non consono ai regolamenti). Se uno si nutre, non per suo piacere, ma a causa della sua malattia, Dio non lo condanna. Il nutrimento ci viene proibito per tutelarci dalla sazietà e dagli stimoli del corpo. L'infermità impedisce la loro attività, poichè dove è infermità, ivi è pure invocazione a Dio.
115. Quando desideri fare elemosina, e il pensiero ti mette il dubbio se non sia meglio il non farla, esamina il tuo pensiero e se ti accorgi che il dubbio nasce dall'avarizia, dà un po' di più di quanto avevi intenzione di dare.
124. Io ricevo ingiustizia da parte di un tale: che debbo fare ? Fagli del bene.
137. E' giusto l'impegno di compiere bene un lavoro ? Ad esempio, costruire una casa, o far qualcos'altro ? Osserva se la cosa che fai è ordinata e bella e non disdicevole, se è fatta per il bene di ciò a cui serve, senza morboso attaccamento. Poichè il Signore gioisce di ogni perfetta abilità. Ma se noti in te una sorta di morboso attaccamento a qualcosa, ricorda il fine per il quale devi compiere ciò, e che tutto è soggetto a deperimento e corruzione, e così troverai pace. Poichè non una sola cosa rimane costantemente nello stesso stato, ma tutto è sottoposto a mutare ed a corrompersi.


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Dalle lettere di Barsanufio e Giovanni di Gaza
Lettera 339. A un fratello
 
La carità verso il prossimo si manifesta in molti modi, e non soltanto nel dare. Ascolta come. Può capitarti che te ne vai da qualche parte con il prossimo e ti rendi conto che vorresti ricevere più onore di lui, invece di rallegrarti che egli riscuota la medesima stima che te.
Così facendo, non lo consideri come te stesso. Ha detto infatti l’Apostolo: Gareggiate nello stimarvi a vicenda.
Se hai qualcosa da mangiare e noti in te la voglia di gustartela da solo, per ingordigia e non per bisogno, di nuovo non consideri il prossimo come te stesso.
Vedi il fratello lodato e non ti congratuli con lui, perché non ricevi le medesime lodi; invece, dovresti dire: “L’elogio al fratello si estende a me, perché è un mio membro”. Anche in tale occasione tu non hai amato il prossimo tuo come te stesso. Ciò vale per tutti i casi analoghi.
Ecco ancora un altro modo di considerare il prossimo come se stesso. Se apprendi dai padri la via di Dio e il tuo fratello ti interroga, non essere avaro nel mostrarti sollecito di lui e nell’aiutarlo. Ma poiché sai che è tuo fratello, digli quanto hai appreso, con timore di Dio e senza atteggiarti a maestro, cosa che non ti giova.
La libertà è la verità espressa chiaramente. Buona perciò è la libertà, ma deve essere gestita nel timore di Dio.
Se quando hai bisogno di qualcosa, non lo dici aspettando che il tale o il tal’altro te lo dia da sé, ecco quello che accade: potrà darsi ch’egli ignori la tua necessità, oppure, saputala, se ne dimentichi; o anche, volendoti mettere alla prova, faccia così per vedere se hai pazienza. Ora avviene che tu ti sdegni contro di lui e così cadi in peccato. Se invece gli parli con franchezza, non succederà nulla di tutto questo.
Tu però disponi bene il tuo pensiero fin da prima, perché, se dopo aver chiesto ciò che cerchi non lo ottieni, tu non rimanga afflitto o indignato e cominci a mormorare. Dì piuttosto al tuo pensiero: “Probabilmente non potrà fornirmi quanto gli ho chiesto; oppure io non ne sono degno e perciò Dio non gli ha permesso di darmelo”.
E bada di non incupirti per quel rifiuto, perdendo la libertà nei suoi riguardi, così da non osare chiedergli mai più nulla, quando la necessita lo richieda. Cerca di custodire sempre te stesso senza turbamento rispetto a quel rifiuto.
D’altra parte, se uno ti chiede di che cosa hai bisogno, anche in questo caso dì la verità. E se, preso alla sprovvista, tu dicessi: “Non ho bisogno”, smentisciti e soggiungi: “Scusami, ho parlato a vanvera, perché ho bisogno di tenere quella cosa”.
 
Dalle Lettere di Barsanufio e Giovanni di Gaza
Lettera 92. Ad Andrea.
Barsanuphe et Jean de Gaza,Correspondance. Solesme,1972,85‑86.
 
Fratello desideratissimo, tu mi scrivi riguardo a una faccenda superiore alle tue forze e mi chiedi di comandarti una cosa che tu non puoi portare.
Mi dici, infatti, di prescriverti una regola come a un novizio che non ha ancora preso l’abito. E la regola del novizio è questa: vivere in molta umiltà, senza far conto di sé stesso in nulla, senza dire: Che cosa è questo? oppure: Perché questo? ma restando in molta obbedienza e sottomissione, senza far confronti fra sé e altri, senza dire: Il tale è onorato, perché io non lo sono? Egli è agevolato in tutto e perché io no? Disprezzato in tutto, egli non si adira.
Queste sono le opere del novizio vero che vuole veramente essere salvo. E queste cose è difficile per te sopportarle, sia per la malattia del corpo, sia perché sei ormai giunto alla vecchiaia. Tu hai chiesto di portare qualcosa di pesante, e io invece ti imporrò, non per costrizione, ma per consiglio, qualcosa di più leggero.
Infatti, attraverso la pazienza nelle tribolazioni noi acquistiamo le nostre anime. E non si diventa compartecipi delle sofferenze di Cristo se non per mezzo della sopportazione nelle tribolazioni. Tienti saldo, rendendo grazie in tutto, poiché questo intercede per la nostra impotenza davanti a Dio.
La tua regola è quella di startene seduto nella tua cella, attento ai tuoi pensieri, con timore di Dio, domandandoti: Come andrò incontro a Dio? Come ho trascorso il tempo che è passato? Mi convertirò almeno ora che è vicino il mio esodo, e sopporterò il prossimo e le afflizioni che mi vengono da lui e le prove, finché il Signore faccia con me misericordia. Allora egli mi porterà ad una pacatezza stabile, e caccerà da me l’invidia, questo frutto del diavolo.
Trascorri dunque i tuoi pochi giorni, esaminando i tuoi pensieri e contraddicendo a quelli che ti portano turbamento. E la pace di Dio sarà con te.
http://bergamo-ortodossa.blogspot.it/2013/02/dalle-lettere-di-barsanufio-e-giovanni_25.html
Domandò uno dei padri al grande anziano: «Ti prego, padre, dimmi come si acquista l'umiltà».
Rispose Barsanufio: «Come acquistare l'umiltà perfetta, lo ha insegnato il Signore dicendo: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime"; se vuoi dunque acquistare il perfetto riposo, impara cosa egli ha sopportato e sopporta, recidi in tutto la tua volontà, poiché egli ha detto: "Sono disceso dal cielo a fare non la mia volontà, ma la volontà del Padre mio che è nei cieli". Questa è l'umiltà perfetta: il portare ingiurie e insulti e tutto quello che patì il nostro maestro Gesù».

Barsanufio e Giovanni, Epistolario 150




 Saints BARSANUPHE le Grand et JEAN le Prophète, qui brillèrent par leur ascèse et leur enseignement au monastère de l'abbé Séridos, à Gaza (VIème siècle). San Barsanufio (o Barsanofio), anacoreta di origine egiziana, detto il Grande Anziano del Deserto, collocato nel contesto geografico e spirituale del deserto della Palestina, ove egli visse in perfetta solitudine, facendo della propria esistenza terrena uno spazio abitato dal silenzio nella preghiera e nella lotta spirituale per la ricerca della pura contemplazione divina. La solitudine di Barsanufio, però era gravida di un profondo desiderio di comunione. Egli non soltanto rispondeva ai suoi interlocutori, ma li prendeva sotto la sua paternità spirituale. Dettò all'Abate del cenobio Serido circa 800 lettere delle quali molte sono destinate al suo più illustre figlio spirituale, un altro Anziano del Deserto di Gaza Giovanni, detto "il profeta". La sua morte avvenuta in tarda età è normalmente collocata al 540. Fra gli storici antichi, Evagrio lo Scolastico dedicò a Lui un capitolo della sua "Storia Ecclesiastica" scritta attorno al 593
In queste Lettere Barsanufio è indicato come il Grande Anziano e Giovanni come l'altro Anziano. Cogliere nelle risposte dei due monaci una differenza sostanziale che ne metta in risalto la diversa personalità è assai difficile comunque esula da questa presentazione. Più evidente e significativa però, è la perfetta concordia di visione spirituale nelle loro risposte che potrebbero, alla fine, essere dettate indifferentemente da Barsanufio o da Giovanni; lo prova il fatto che per alcune di esse non è accertato chi fra i due ne sia l'autore.

 
L'esistenza terrena di san Barsanufio di Gaza, monaco di origine egiziana, si colloca nel contesto geografico e spirituale del deserto della Palestina, ove egli visse in perfetta solitudine, facendo della propria esistenza terrena uno spazio abitato dal silenzio, nella lotta spirituale e nella preghiera, per la ricerca della pura contemplazione di Dio. "Fu nella sua cella - come scrisse di lui il santo monaco athonita Nicodemo Agiorita (1749-1809) - che raccolse e gustò il dolcissimo miele dell'esichia. S'impose una penitenza così rigorosa da trovare consolazione soltanto nelle lacrime... Poteva dimenticarsi di mangiare, di bere, di vestirsi poiché il suo nutrimento, la sua bevanda, la sua veste erano il Santo Spirito... Dopo avere purificato il cuore da tutte le passioni, fu ritenuto degno di divenire il tempio e l'abitazione del Santo Spirito... Oltre all'umiltà, gli fu concessa la più grande tra le virtù, il discernimento. .. Al discernimento si aggiunse il dono di vedere e scrutare le ragioni misteriose e spirituali degli esseri sensibili ed intellegibili. Poi ricevette il dono di conoscere le cose lontane come se fossero presenti, il dono di profezia, il dono di leggere nei cuori, di conoscere i pensieri..." .
Barsanufio, in effetti, non si sottrasse a quanti domandavano il suo consiglio. Egli fu certamente uomo di silenzio e di solitudine, al punto da indurre qualcuno persino a dubitare della sua esistenza: un dubbio che egli fugò in una forma evangelicamente simbolica, ossia lavando i piedi dei monaci (Cf. Lettera 125). La solitudine di Barsanufio, però, era gravida di un profondo desiderio di comunione. Egli non soltanto rispondeva ai suoi interlocutori, ma prendeva a cuore ogni loro problema, ansia, desiderio, fatica, impegno... Proprio da questa sua intensa opera di paternità e di direzione spirituale ebbero origine le sue Lettere, pubblicate per un totale di 850 insieme con quelle del suo compagno e discepolo Giovanni di Gaza, detto "il Profeta".
Analogamente alla tradizione degli apoftegmi, anche queste lettere ci sono state trasmesse raggruppate a seconda dei destinatari. Quanto ad ampiezza, esse spaziano da testi alquanto brevi, ad altri più elaborati in risposta a diverse domande, a vere e proprie ampie lettere didattiche. Di queste ultime è autore specialmente Barsanufio. Egli, in ogni caso, non scriveva direttamente, bensì dettava le sue risposte e i suoi insegnamenti all'abate Seridos, il quale trascriveva con esattezza tutto ciò che ascoltava.
Da tutte le Lettere traspare, insieme con un'intensa spiritualità e una perfetta assimilazione della Scrittura, una sapiente pedagogia per la crescita dell'uomo interiore. Ciò che, però, risalta immediatamente agli occhi del lettore è la costante presenza dei testi biblici. Si potrebbe dire che le parole della Sacra Scrittura sono i fili d'oro con i quali Barsanufio intesse la sua tela. È stato detto al riguardo che Barsanufio quasi passeggia nel paradiso delle Scritture e raccoglie ogni volta i fiori e le erbe curative che possono confortare e guarire i suoi figli spirituali nelle diverse loro situazioni corporali e spirituali. Più a fondo della materiale quantità dei testi biblici, però, e ultima giustificazione della loro diffusa presenza c'è il primato assoluto della Parola di Dio nella vita di Barsanufio. C'è qui un punto determinante del suo magistero spirituale.
Dalle stesse Lettere è possibile desumere alcuni, benché scarni, elementi biografici. Fra questi, c'è l'origine egiziana di Barsanufio, avendo il copto come lingua madre (Cf. Lettera 55), e 1'avere un fratello, il quale viveva nel mondo ed era anziano egli stesso (Cf. Lettera 348). L'epistolario ci permette di conoscere pure alcuni aspetti molto personali della sua ascesi e della sua faticosa maturazione spirituale. Scrive, ad esempio: "Credetemi, fratelli, la vanagloria mi ha dominato... Durante la mia giovinezza sono stato violentemente tentato dal demone della lussuria e faticavo molto nella mia lotta contro tali pensieri. Io però, gli resistevo e non acconsentivo ad essi..." (Lettera 74.258). In qualche altra lettera egli rammenta pure di essere stato più volte ammalato, senza per questo, però, tralasciare il lavoro manuale. Tra i padri del deserto Barsanufio è indicato come il "grande Anziano". La sua morte, avvenuta in tarda età, è normalmente collocata al 540.
Fra gli storici antichi, Evagrio lo Scolastico dedicò a Barsanufio un capitolo della sua "Storia Ecclesiastica" , scritta attorno al 593, ossia pochi decenni dopo la morte del santo asceta. La sua popolarità fu grande. L'immagine di san Barsanufio, come attestano Teodoro Studita e l'anonima prefazione del XV secolo alle opere spirituali dell'abate Doroteo, era riprodotta sulle nappe d'altare della "Grande Chiesa", ossia di Santa Sofia in Costantinopoli, insieme con quella dei santi Antonio, Efrem e altri. La venerazione di san Barsanufio in Costantinopoli dopo il X secolo è peraltro attestata dalla presenza del suo nome in alcuni manoscritti liturgici, che indicano il 6 febbraio (19 febbraio, secondo il nostro calendario "gregoriano" ) quale giorno per la sua festa.
Il "Martirologio Romano", invece, assegna la commemorazione di san Barsanufio all'11 aprile e nell'ultima edizione tipica del 2001 gli riserba le seguenti espressioni: Apud Gazam in Palaestina, sancti Barsanuphii, anachoretae, qui, aegyptius genere, singulari contemplationis virtute praeditus fuit et integritate vitae eximius.
Nella medesima data dell'11 aprile anche la Chiesa di Oria ha sempre celebrato, sino ad epoca recente, la festività del Patrono della Città e dell'intera Diocesi.
Essa, difatti, si vanta, unica fra tutte, di conservare le reliquie di san Barsanufio. Vi furono trasportate nella metà del IX secolo, quand'era vescovo Teodosio, personalità di grande prestigio - che godette la stima dei papi Adriano III e Stefano V - e uomo notevole per dottrina, capacità di governo e santità della vita. Egli, secondo la tradizione oritana, le accolse e le collocò in una chiesa, edificata presso una delle antiche porte della Città, quae Hebraica nuncupatur.
 

 

martedì 4 febbraio 2014

Dal «Discorso su sant'Agata» di san Metodio Siculo, vescovo (Anal. Boll. 68, 76-78)




Dal «Discorso su sant'Agata» di san Metodio Siculo, vescovo
(Anal. Boll. 68, 76-78)

Donata a noi da Dio, sorgente stessa della bontà

La commemorazione annuale di sant'Agata ci ha qui radunati perché rendessimo onore a una martire, che è sì antica, ma anche di oggi. Sembra infatti che anche oggi vinca il suo combattimento perché tutti i giorni viene come coronata e decorata di manifestazioni della grazia divina.
Sant'Agata è nata dal Verbo del Dio immortale e dall’unico suo Figlio, morto come uomo per noi. Dice infatti san Giovanni: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12).
Agata, la nostra santa, che ci ha invitati al religioso banchetto, è la sposa di Cristo. E' la vergine che ha imporporato le sue labbra del sangue dell’Agnello e ha nutrito il suo spirito con la meditazione sulla morte del suo amante divino.
La stola della santa porta i colori del sangue di Cristo, ma anche quelli della verginità. Quella di sant'Agata, così, diviene una testimonianza di una eloquenza inesauribile per tutte le generazioni seguenti.
Sant’Agata è veramente buona, perché essendo di Dio, si trova dalla parte del suo Sposo per ren¬derci partecipi di quel bene, di cui il suo nome porta il valore e il significato: Agata (cioè buona) a noi data in dono dalla stessa sorgente della bontà, Dio.
Infatti cos'è più benefico del sommo bene? E chi potrebbe trovare qualcosa degno di essere maggiormente celebrato con lodi del bene? Ora Agata significa «Buona». La sua bontà corrisponde così bene al nome e alla realtà. Agata, che per le sue magnifiche gesta porta un glorioso nome e nello stesso nome ci fa vedere le gloriose gesta da lei compiute. Agata, ci attrae persino con il proprio nome, perché tutti volentieri le vadano incontro ed è di insegnamento con il suo esempio, perché tutti, senza sosta, gareggino fra di loro per conseguire il vero bene, che è Dio solo.

lunedì 3 febbraio 2014

Il nostro Padre tra i Santi Atanasio il Grande ...questo grande Santo è l’appassionato teologo dell’incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che – come dice il prologo del quarto Vangelo – «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell’eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, riducendolo ad una creatura «media» tra Dio e l’uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia......



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Il nostro Padre tra i Santi Atanasio il Grande ...questo grande Santo è l’appassionato teologo dell’incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che – come dice il prologo del quarto Vangelo – «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell’eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, riducendolo ad una creatura «media» tra Dio e l’uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia....(Non è una mia frase  ma è citazione di un garnde eremita di città...    :-)  :-)


3. L'Arianesimo

File:THE FIRST COUNCIL OF NICEA.jpg

La grande questione che esplode in quei decenni è l'Arianesimo, ad Alessandria d'Egitto. Vescovo della città è Alessandro, al quale si contrappone il prete (pure alessandrino) Ario. Ario radicalizzò il "subordinazionismo", che gli alessandrini esprimevano riguardo al Figlio (non per dichiararlo inferiore al Padre ma semplicemente per meglio distinguerlo da lui ed evitare il rischio opposto del modalismo o sabellianesimo o monarchianesimo, che vanificavano la Trinità riducendo a puri nomi le distinzioni personali di Padre Figlio Spirito, e anche per evitare il rischio di due divinità effettive parallele). Ario affermò invece che il Figlio è nettamente inferiore al Padre, e che è solo una creatura divina seppur perfetta, o comunque un "dio" minore, rifiutando esplicitamente la increaturalità del Verbo e la sua coeternità col Padre. Il dibattito si allargò, e intervenne Costantino, che indisse un concilio a Nicea, nel 325, invitandovi i vescovi dell'intera ecumene cristiana, circa duecentocinquanta/trecento vescovi (vennero anche i rappresentanti di Roma e alcuni vescovi occidentali). Si trattò di una novità grandiosa e impensata a pochi anni dall'ultima persecuzione. Così ce ne parla Eusebio di Cesarea, sostenitore convinto della svolta costantiniana: (ma il brano serve anche a mettere in guardia dall'abbraccio troppo stretto, e interessato, dell'autorità imperiale verso il cristianesimo, ora e nei decenni successivi, come vedremo):

Si riunirono nello stesso luogo i vertici della gerarchia ecclesiastica di tutte le Chiese, che avevano sede nell'intiera Europa, in Libia e Asia; un unico sacro edificio, come ampliatosi per opera divina, accoglieva tra le sue mura e nel medesimo spazio Siri e Cilici, Fenici Arabi e Palestinesi; e poi ancora Egiziani Tebani Libici e quanti erano partiti dalla Mesopotamia. Era presente al concilio anche il vescovo persiano, né venne meno al consesso il presule della Scizia; nel contempo, il Ponto e la Galazia, la Cappadocia e l'Asia, la Frigia e la Panfilia inviarono le loro personalità più illustri. Giunsero anche Traci e Macedoni, Greci ed Epiroti e, tra costoro, anche i più distanti accorsero; tra gli Spagnoli partecipava al concilio insieme con tutti gli altri quel famoso personaggio [Osio] che era da tutti tenuto nella più alta stima e considerazione. A causa dell'età avanzata mancava il vescovo della città regina [Roma], ma erano presenti suoi presbiteri che ne facevano le veci. [...] Nel giorno stabilito per l'inaugurazione del concilio [...] i convocati [...] fecero il loro ingresso nella sala centrale del palazzo imperiale [...] e tutti andarono a sedere ai posti loro assegnati. [...] Al segnale che indicava l'ingresso dell'imperatore, tutti si levarono in piedi, e finalmente Costantino in persona passò attraverso il corridoio centrale, simile a un celeste angelo dei Signore: la sua veste splendente lanciava bagliori pari a quelli della luce, ed egli appariva tutto rilucente dei raggi fiammeggianti della porpora, adorno del fulgido scintillio emanato dall'oro e dalle pietre preziose. [...] In quello stesso periodo cadeva l'anniversario del suo ventesimo anno di Impero. Per questa ragione in tutte le altre nazioni erano in corso pubblici festeggiamenti e l'imperatore in persona, dal canto suo, volle offrire un banchetto ai ministri di Dio. [...] Al banchetto imperiale presero parte tutti i vescovi. L'avvenimento fu tale che qualsiasi parola risulterebbe inadatta a descriverlo: dorifori [portatori di lancia] e opliti [soldati di fanteria pesante], disposti in cerchio, presidiavano con le spade sguainate l'ingresso del palazzo imperiale; in mezzo a essi passavano senza alcun timore gli uomini di Dio, spingendosi fin negli ambienti più interni della reggia. Poi, mentre alcuni sedevano alla stessa mensa dell'imperatore, gli altri si adagiavano su divani che erano stati sistemati su entrambi i lati della sala. Sembrava quasi di vedere un'immagine del regno di Cristo, ed era come se quell'avvenimento si svolgesse in un sogno, non già nella realtà. Dopo che il banchetto si fu sontuosamente concluso, l'imperatore salutò tutti i presenti e con grande liberalità si degnò di onorare i convitati distribuendo anche dei doni personali, commisurati al prestigio e alla dignità di ciascuno (Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, 7,1,-2; 10,1-2; 15,1-2; 16: Eusebio di Cesarea, Sulla vita di Costantino, Napoli, D'Auria, 1984, pp. 125-128-131).
Dal punto di vista terminologico la questione fu risolta adottando contro Ario un termine non biblico per indicare l'uguale divinità del Figlio e del Padre: si definì infatti il Figlio homoousios, "della stessa sostanza del Padre". La posta in gioco era ovviamente fondamentale: ammettere una qualche inferiorità del Figlio rispetto al Padre significava togliere la specifica novità del Cristianesimo, quella di un Dio che si fa uomo. Perché qualsiasi subordinazionismo, una volta tematizzato, comportava come conseguenza che Dio non si era fatto veramente uomo: era stata mandata una creatura, o comunque un "dio" inferiore, ma il Dio vivo e vero, l'eterno e l'infinito, stava lontano, non si era coinvolto con questo mondo. Ecco precisamente il testo del Credo di Nicea: 

File:Nicaea icon.jpg


Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose, visibili ed invisibili. E [crediamo] in un solo Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. Per mezzo di lui tutte le cose sono state create, sia quelle che sono in cielo che quelle che sono sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, si è incarnato e si è fatto uomo, ha patito, il terzo giorno è risuscitato, è salito al cielo. E verrà per giudicare i vivi e i morti. E [crediamo] nello Spirito Santo. 




Con homoousios si indicava che la sostanza divina era uguale nel Padre e nel Figlio; anzi, si indicò che quella sostanza era la stessa, l'unica, del Padre e del Figlio: c'è infatti una sola sostanza divina del Padre e del Figlio. In questo senso Gesù aveva detto: "Io e il Padre siamo una cosa sola, (Gv 10,30, ego et Pater unum sumus). Non dice: "noi siamo uno (una sola persona)", al maschile. Purtroppo, in oriente, si sospettò che il termine "consostanziale" potesse avere questo significato, e facesse così perdere la distinzione fra le persone divine (come nel modalismo). Così vari concili e riunioni proposero in oriente professioni di fede alternative, tutte in qualche modo subordinazioniste: si disse il Figlio solo "simile" al Padre, oppure "simile in tutto" o "di sostanza simile" (con un iota in più:  homoiousios). Lo stesso Costantino passò poi a riabilitare Ario, e suo figlio Costanzo in oriente prese le parti degli Ariani (omei, homoios, simile).

http://eocf.free.fr/Images/athanase_1.jpg 

http://eocf.free.fr/text_athanase_03.htm







4. Atanasio e la lotta all'Arianesimo
A difendere Nicea in tutto il suo valore sorse Atanasio (259ca.-373), diacono di Alessandro di Alessandria al concilio di Nicea e, dal 328, suo successore. A causa di vari interventi imperiali (in particolare di Costanzo) Atanasio subì quattro o cinque esili (venne pure in occidente, compreso a Milano). L'Arianesimo raggiunse il suo apice, sostenuto da Costanzo, negli anni 359-360; ma solo dopo due decenni, di fatto nel 381, col concilio di Costantinopoli, lo si poté dire sconfitto in tutte le sue posizioni (e pure si affermò con chiarezza la divinità della terza persona della trinità: lo Spirito Santo). Nel frattempo Atanasio morì nel 373: il suo atteggiamento di fronte al potere imperiale rimane esemplare. Nonostante il prestigio immenso dell'imperatore cristiano in una Chiesa che usciva dalla persecuzione, Atanasio non ha temuto di sfidare Costantino e il figlio Costanzo. Pur poco seguito dall'episcopato orientale, Atanasio seppe tutelare lo spazio d'indipendenza, in ultima istanza indispensabile alla Chiesa per poter conservare la purezza della propria fede. Il pensiero e l'atteggiamento di Atanasio sono ben rispecchiati nella sua Apologia a Costanzo. Di identico tenore è per altro una lettera di Osio di Cordova, che era stato consigliere di Costantino ed era difensore della fede di Nicea e amico di Atanasio:

Ho confessato Gesù Cristo nella persecuzione che Massimiano, vostro avo, suscitò contro la Chiesa. Se volete ripeterla mi troverete disposto a soffrire qualsiasi cosa piuttosto che tradire la verità e spargere il sangue dell'innocente [Atanasio]. [...]. Non sono turbato né dalle vostre lettere né dalle vostre minacce: è inutile continuarle. Vi sarà più utile rinunciare ai pensieri di Ario, non ascoltare gli Orientali. [...] In quello che dicono non mirano tanto ad attaccare Atanasio quanto a stabilire la loro eresia. La mia età mi deve far trovare considerazione nel vostro spirito. [...] Non proseguite per questa via, ve ne scongiuro. Ricordatevi che siete un uomo mortale. Temete il giorno del giudizio. Disponetevi a comparirvi puro e irreprensibile. Non immischiatevi negli affari ecclesiastici. Non comandateci nulla in questo campo. Imparate piuttosto da noi quanto dovete credere. Dio a voi ha dato il governo dell'Impero, a noi quello della Chiesa. Chiunque osa attentare alla vostra autorità si oppone all'ordine di Dio. Allo stesso modo fate attenzione di non rendervi colpevole di un grande delitto usurpando l'autorità della Chiesa. Ci è stato comandato di rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. A noi non è permesso attribuirci l'autorità imperiale. Ma voi, a vostra volta, non avete alcun potere nel ministero delle cose sante. Ecco quanto ho creduto mio dovere scrivervi, nel desiderio che nutro della vostra salvezza. È tutta la risposta che devo dare alle vostre lettere. Io non farò comunione con gli Ariani. Al contrario, anatematizzo la loro eresia. Non sottoscriverò la condanna di Atanasio. [...] Non lasciatevi trascinare dietro i desideri di questi uomini senza onore e senza religione. [...] Non è prudente gettarsi in pericoli sì gravi per servire la passione degli altri. Fermatevi, dunque, principe, fermatevi e datemi retta. È questo il linguaggio che devo tenere con voi e voi non dovete disprezzarlo (Osio di Cordova, Lettera a Costanzo:  Liébaert cit., p.175).

Ecco ora un testo di Atanasio inerente la fede di Nicea (una dichiarazione precisa sulla Trinità):
Pertanto la Trinità è santa e perfetta, riconosciuta da Dio nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Essa non è mescolata con nulla di estraneo o estrinseco; non consta di Creatore e realtà prodotta, ma tutta intera crea e produce. È identica in se stessa, indivisibile nella natura, unica nella sua operazione. Il Padre infatti opera ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo, e così è mantenuta l'unità della Santa Trinità. Per tanto nella Chiesa si predica un solo Dio che è sopra tutti, attraverso tutti e in tutti (cfr. Ef 4,6). È sopra tutti come Padre, principio e fonte; attraverso tutti per mezzo del Verbo; in tutti nello Spirito Santo. È Trinità non solo di nome o per puro suono verbale, ma per sussistenza vera. Come infatti il Padre è colui che è, così anche il suo Verbo è colui che è e Dio al di sopra di tutto. E lo Spirito Santo non è insussistente, ma esiste e sussiste veramente. La Chiesa cattolica pensa esattamente così; non meno, per non cadere nell'errore degli odierni Giudei seguaci di Caifa o in quello di Sabellio; e neanche di più, per non essere trascinata nel politeismo degli Elleni. Che proprio questa sia la fede della Chiesa, lo imparino da come il Signore nell'inviare gli Apostoli ordinò dì porre ciò come fondamento alla Chiesa, dicendo: "Andate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e dei Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Gli Apostoli andarono e così insegnarono, e questa è la predicazione che si fa per tutta la Chiesa sotto il cielo (Atanasio, Prima lettera a Serapione, 28,2-4: Atanasio, Lettere a Serapione, Roma, Città Nuova Editrice [Collana di testi patristici, 55], 1986, pp.94-95).
Un altro testo di Atanasio, precisamente sulla divinità del Verbo:
La verità mostra come il Verbo non faccia parte degli esseri creati ma piuttosto è lui il Creatore. Così ha assunto il corpo umano creato per rinnovarlo come Creatore, divinizzarlo in se medesimo e introdurci così tutti nel Regno dei cieli a sua somiglianza. L'uomo, solidale con la creazione, non sarebbe stato divinizzato se il Figlio non fosse stato veramente Dio; l'uomo non si avvicinerebbe al Padre se colui che ha rivestito il corpo non fosse per natura sua vero Verbo. Come non saremmo stati liberati dal peccato e dalla maledizione se il Verbo non avesse assunto una carne umana per natura (non avremmo infatti nulla in comune con ciò che è da noi estraneo), così l'uomo non sarebbe stato divinizzato se il Verbo fatto carne non fosse per natura nato dal Padre, suo Verbo vero e reale. Così, l'unione è avvenuta in modo tale che associa l'uomo a Colui che appartiene per natura alla divinità e la salvezza dell'uomo e la sua divinizzazione sono saldamente garantite. Coloro che negano che il Figlio derivi per natura dal Padre e sia proprio della sua sostanza, neghino anche che egli ha ricevuto una vera carne umana da Maria sempre vergine. Noi uomini non avremmo tratto alcun maggiore vantaggio, se il Verbo non fosse stato veramente e per natura Figlio di Dio o se non fosse stata vera la carne che assunse. Ma egli assunse una vera carne, nonostante le follie di Valentino [gnostico doceta], e il Verbo era per natura Dio vero, a onta dei deliri degli Ariani, ed è diventato per noi, in questa carne, principio della nuova creazione, in quanto lui stesso è stato creato uomo per noi e in quanto apre anche a noi questa via della nuova creazione (Atanasio, Contro gli ariani, II, 70: Liébaert, pp, 227-228).
Ovviamente il Verbo divino ha assunto un carne umana, è vero uomo, però nelle sue opere si riconosce la Potenza divina del Verbo:
Dunque, quando i teologi dicono di lui che mangiava e beveva e fu partorito, sappi che fu il corpo a essere partorito come un corpo e nutrito con alimenti appropriati, ma a quel corpo era unito lo stesso Dio Verbo che ordina l'universo, il quale mediante le opere che compiva nel corpo si faceva conoscere non già come un uomo ma come Dio Verbo. Tuttavia di lui si dice questo perché il corpo che mangiava, che fu partorito e che patì non era di un altro ma del Signore, e perché, da quando era diventato uomo, era giusto che si dicesse questo di lui come di un uomo affinché fosse chiaro che ha un corpo vero e non apparente. Ma come da questo si capiva che era presente corporalmente, cosi dalle opere che compiva mediante il corpo si faceva conoscere come Figlio di Dio. [...] Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così una volta diventato uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma la Potenza e il Verbo di Dio. Infatti comandare ai demoni e scacciarli non è opera umana ma divina. Oppure, chi, vedendo che guariva le malattie alle quali è soggetto il genere umano, lo considerava ancora un uomo e non un Dio? Mondava i lebbrosi, faceva camminare gli storpi, apriva l'udito dei sordi, dava la vista ai ciechi; in una parola, allontanava dagli uomini tutte le malattie e ogni infermità. In base a queste azioni chiunque poteva contemplare la sua divinità. [...] Per questo, anche all'inizio, quando discese da noi, si plasmò il corpo dalla Vergine per offrire a tutti un non piccolo segno della sua divinità poiché chi ha plasmato quel corpo è anche creatore degli altri corpi. Infatti, chi vedendo un corpo proveniente soltanto da una Vergine senza il concorso dell'uomo, non pensa che colui che si manifesta in esso è Creatore e Signore anche degli altri corpi? [...] Nutrendo con poco cibo una così grande moltitudine, facendola passare dalla penuria all'abbondanza, cosi da saziare cinquemila uomini con cinque pani e avanzarne ancora così tanto, non mostrava di essere il Signore della provvidenza universale? (Atanasio, L'incarnazione del Verbo, 18: Atanasio , L'incarnazione del Verbo, Roma, Città nuova, 1976 [Collana di testi patristici, 2], pp. 68-70).


 sta in

http://www.kyrieeleison.eu/patristica/tentazione_arianesimo_impero_cristiano.htm


 http://www.invicchio.it/dimorarivotorto/images/p234_1_01.jpg

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070620_it.html